Le luci non si fulminano, scoppiano. La campagna shock del Dipartimento politiche antidroga della presidenza del Consiglio dei ministri è il primo passo di un progetto che il sottosegretario Carlo Giovanardi ha voluto fondare su due linee guida: i risultati della ricerca scientifica sui danni delle droghe al cervello e l'aiuto, (ma soprattutto il coinvolgimento) alle famiglie per promuovere il dialogo con i figli come «fattore protettivo».
Gli spot sono l'espressione, la prima visibile, di una strategia di comunicazione che vuole mostrare gli effetti dannosi delle sostanze psicoattive evidenziati dalle ultime ricerche scientifiche e promuovere prevenzione e protezione. Dietro gli spot, un consistente aggancio ai siti internet, un opuscolo che sarà distribuito e il lavoro del nuovo Comitato scientifico composto dai maggiori esperti internazionali di psichiatria, neurologia tossicologia e neuroscienze che danno la loro collaborazione gratuitamente e avranno il compito di riferire costantemente sui risultati della ricerca mondiale rispetto ai danni provocati dalla droga. Il lavoro del Comitato riparte da zero, al punto da poter utilizzare anche fondi non spesi negli anni scorsi a causa di quella che Giovanardi chiama «immobilità del governo Prodi».
Mentre la campagna del sottosegretario parte in grande stile e punta a portare la questione al centro del dibattito, contemporaneamente il ministro dell'Interno, Maroni, avvisa che per prendere la patente sarà necessario un test tossicologico che escluda l'uso di stupefacenti; a Milano, il sindaco Letizia Moratti (stesso schieramento di governo di Maroni e Giovanardi, Pdl) annuncia che multerà con 500 euro chi consuma droga in pubblico e spinge per un inasprimento della legge che fissa a 500 milligrammi (15-20) spinelli la quantità massima consentita per non incorrere nella presunzione dello spaccio di droga; il suo vice, Riccardo De Corato, agguanta l'occasione per dire che i Sert, i servizi pubblici di assistenza e accoglienza dei tossicodipendenti vanno chiusi: sono solo un covo di spacciatori.
L'uscita milanese arriva nell'ufficio di Giovanardi a a Palazzo Chigi come un passo indietro rispetto alla legge che il governo non ha alcuna intenzione di compiere. Una ipotesi che privilegia le comunità di recupero ai servizi pubblici (Sert) che non trova terreno fertile, anzi.
Mi dica, senatore, volete chiudere i Sert?
«Assolutamente no, noi vogliamo una collaborazione fra strutture pubbliche e Sert non una contrapposizione. I Sert non si chiudono. Con gli operatori abbiamo aperto un confronto molto più sereno di quello che non riuscimmo ad avere qualche anno fa. Tanta acqua è passata sotto i ponti».
De Corato li definisce luoghi di spaccio.
«Un conto è ciò che accade fuori dai Sert, un conto è ciò che accade dentro. Drogarsi è illecito, non c'è un diritto a drogarsi, il consumatore è una vittima e va recuperata. Distinguo la vittima dal criminale. E questo è un caposaldo».
La proposta di inasprimento lanciata dalla Moratti riapre un dibattito pericoloso.
«Siamo stati accusati dalla sinistra negli ultimi due anni di voler mettere in carcere migliaia di giovani. I dati dimostrano che non è affatto vero. Non c'è stata alcuna retata di giovani. La legge contiene un equilibrio che si è consolidato, apprezzato dai magistrati e dagli operatori. Non si può condannare nessuno sulla presunzione di quello che farà con ciò che ha in tasca. Il principio attivo, la soglia, è servita a poliziotti, carabinieri e magistrati. Prima della nostra legge, la valutazione sul mezzo grammo o sul chilo di sostanza detenuta dipendeva dalla libera interpretazione in tribunale. È molto difficile, oggi, se uno viene trovato con un principio attivo superiore alla soglia, dire che non è uno spacciatore, c'è una giurisprudenza consolidata. Superare la soglia è un indizio forte, ma non è una condanna. Una linea, la nostra, apprezzata anche dall'Onu».
Resta la divergenza con il sindaco di Milano.
«Un conto sono i consumatori, un altro gli spacciatori. Le sanzioni amministrative mi stanno bene, anche quella di punire chi consuma droga in pubblico, è un comportamento asociale, illecito, ma fra sanzione amministrativa e sanzione penale c'è una bella differenza».
Nel contempo c'è chi, come don Gallo, insiste nel dire che esistono droghe leggere, innocue e che l'unico modo per sconfiggere i narcotrafficanti sia la liberalizzazione.
«Ho visto don Gallo e ho confutato quel che pensa. Anzi. I suoi esperti danno ragione agli scienziati del Comitato del Dipartimento. Non si può parlare di droghe leggere e pesanti in relazione ai danni provocati al cervello. Tutte fanno male».
Ha parlato di metodologie diverse e di interventi finalizzati al recupero. Serve un aggiornamento continuo per fronteggiare le nuove emergenze, occorrono soldi.
«Ho una grande attenzione a ciò che si sta modificando, la diffusione della cocaina, l'acquisto di sostanze via web, i negozi della droga furba che abbiamo trovato il modo di chiudere. La droga non è un fenomeno facile da contrastare. L'eroina è tornata sotto forma di fumo con i magazzini dei trafficanti pieni e gli spacciatori che vendono a prezzi stracciati per acquistare clienti che per vent'anni dipenderanno da loro».
Danni al cervello, ma anche danni sociali, li ha considerati?
«Sono danni enormi: dagli incidenti stradali a quelli provocati nel loro lavoro da chi ha responsabilità sociali: professionisti, manager politici. L'uso di sostanze rende psicologicamente fragili e, soprattutto ricattabili. Anche il danno sociale va combattuto, in considerazione del fatto che la popolazione dedita all'uso di droghe rappresenta lo 0,1% del totale. Insomma una battaglia che si può vincere, perché se anche ammettiamo che il 2-3 per cento dei ragazzi fa uso di spinelli, c'è sempre un 97 per cento che non l'acquista».
Se è vero che sulla liberalizzazione la maggioranza ha una posizione unica, l'esempio di Milano dimostra che sulle politiche da adottare ci sono ancora ampie divergenze.
«A Modena si dice "battere pari". Famiglia, scuola, politica, chiesa devono dire tutti la stessa cosa. Dinanzi all'evidenza dei danni al cervello non è più possibile sentir cantare messaggi contrastanti. Lo ricordino don Gallo, qualche cantante, i radicali e chi si aggiunge al coro. Ad ogni modo c'è sempre la Consulta che è aperta alla discussione. Senza dimenticare, però, che la ricerca scientifica e i frutti che ha portato la legge conducono in una sola direzione, il governo sta seguendo una strada giusta sostenuta dai fatti».
Belli i progetti, grandi gli scienziati. Ma per una politica corretta di prevenzione e cura servono soldi.
«L'Italia è un Paese complesso. I fondi sociali sono di competenza delle Regioni. Il tentativo che faremo nella Consulta è rendere omogenee le politiche. Non in tutte le regioni esiste un rapporto fra operatori pubblici e privati, ci sono regioni che pagano rette ragionevoli ai Sert e altre che pagano poco e tardi. La libertà di scegliere fra assistenza pubblica e privata accreditata deve essere un diritto, come accade nella sanità».
Insomma si può scegliere fra galera, recupero e abbandono.
«Il tossico deve essere recuperato, le metodologie sono molto diverse, c'è chi punta sulla promozione umana, chi sulla Cristoterapia e chi usa il metadone a scalare. Ogni metodologia è accettabile purché sia finalizzata al ritorno alla vita. Sono contrario alle stanze del buco: lasciano che la situazione si cronicizzi, precipiti aspettando che il tossicodipendente muoia. Il mio no è alla liberalizzazione. Il mio sì convinto è per il lavoro svolto nei Sert».
I piccoli spacciatori che finiscono in galera non sono pochi. Spesso lo diventano per sopravvivere alla dipendenza.
«Torniamo al discorso del reinserimento: una volta condannato, invece di tenere il tossicodipendente in carcere è bene che lo si si occupi in opere di pubblica utilità come prendersi cura dei barboni oppure che affronto un percorso di riabilitazione in comunità».
Non mi ha spiegato le ragioni del no alla liberalizzazione.
«Semplice. Il massimo consumo di droga nella storia e il maggior numero di morti si hanno nel 1908 con la liberalizzazione in Cina. Fino al '45 il consumo crolla in coincidenza di politiche decise. Poi risale senza mai arrivare ai livelli del 1908. Ciò dimostra che le politiche repressive funzionano. Se aprissimo alla liberalizzazione, la droga diventerebbe un business».
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23/10/2008