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Sembra di essere tornati ad altri tempi, ma è un déjà-vu di ...

Sembra di essere tornati ad altri tempi, ma è un déjà-vu di scarso interesse. L'università italiana, una nave allo sbando senza più bussola, vede riapparire manifestazioni, slogan d'antan e perfino qualche scazzottatura. Non siamo comunque in un nuovo Sessantotto e neppure nel Settasette bolognese.

Al più possiamo dire che stia rinascendo una Pantera in stile anni Ottanta.
L'impressione è che si vada perdendo l'ennesima occasione, perché in questa lotta ai "tagli" ministeriali non si assiste soltanto all'incapacità dei giovani a comprendere la posta in gioco, ma soprattutto li si vede difendere un sistema che va invece ripensato da cima a fondo. Per giunta, i tagli non toccano in primo luogo gli studenti, dato che si concretizzano in meno concorsi, meno avanzamenti di carriera, meno pc ai docenti e spese-viaggio per i convegni. Non solo questo, certo, perché le misure riguarderanno anche laboratori e biblioteche. Ma è bene che i giovani sappiano che dietro ai tagli c'è la speranza di lasciare più soldi in tasca a famiglie ed imprese, garantendo quindi più crescita e più posti di lavoro.
Non contro il ministro Gelmini, allora, dovrebbero protestare gli studenti, ma contro le resistenze governative ad intervenire sulle tasse. Si proponga lo scambio: meno soldi all'università, ma anche meno imposte. Diversamente si finisce di ritrovarsi falsi rivoluzionari e autentici conservatori, capaci di sposare la vecchia Dc (Rosy Bindi, per intenderci), continuando a promettere di salvare il mondo con la spesa pubblica.
L'università non sarà rovinata da qualche taglio, né sarebbe salvata da qualche miliardo in più. Al contrario, gli studenti dovrebbero pretendere di mutare il rapporto tra loro e i docenti, evitando di farsi strumentalizzare da questi ultimi. Dovrebbero obbligare i professori a essere presenti e puntuali, a studiare e seguirli, ad essere aggiornati e in grado di formarli davvero.
Da tempo, i baroni hanno "patrimonializzato" l'università e ormai si muovono come oligarchi che si sono impadroniti di questo o quel pezzo. Si tratta, in larga misura, di un lasciato di quel Sessantotto che ha permesso a molti di laurearsi quasi senza studiare (il mitico "18 politico") e che soprattutto ha intasato i ruoli con le immissioni ope legis, permettendo a una generazione - non sempre composta di studiosi all'altezza - di togliere molte opportunità a quella successiva. Per non parlare del dissolversi di regole, moralità, senso del dovere.
Di fronte a tale sfascio, l'ipotesi delle fondazioni potrebbe condurre in una direzione nuova. Tutto dipenderà ovviamente dai contenuti che si metteranno in tale progetto, ma i giovani dovrebbero capire che l'università odierna (fuori mercato, burocratizzata) può andare bene solo a studenti che non hanno voglia di studiare e docenti che non hanno voglia di insegnare.
In questi giorni gli universitari non hanno dato il meglio di sé, ma può darsi che le cose cambino in meglio. Manteniamo viva la speranza.

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18/10/2008










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