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Anche la radio dell'Università di Teramo si è posta il quesito: perché, nonostante la crisi, la stagnazione o recessione, a seconda di come la valutano gli economisti, il governo Berlusconi continua a registrare una crescita dei consensi?
Eppure è storicamente dimostrato che quando le cose vanno male il primo ad essere penalizzato è proprio chi governa. E, invece, ad essere in difficoltà è l'opposizione, magari non tutta perché il partito di Tonino Di Pietro sembra — a giudicare dai sondaggi — che se si votasse oggi raddoppierebbe i voti delle politiche, mentre il Pdl in questo momento sfiora il 64% dei consensi. Anche se non siamo fra quelli che nutrono un'assoluta fiducia sui sondaggisti prendiamo atto che, almeno rispetto al passato, qualcosa sta effettivamente cambiando.
Intanto, sulle grandi vertenze sociali e ambientali (scuola, lotta all'assenteismo nella pubblica amministrazione, sanità, precariato ecc.) ma anche sul rilancio del nucleare, nel quadro di un nuovo programma energetico nazionale (rigassificatori e termovalorizzatori compresi), e la realizzazione in tempi brevi delle grandi opere pubbliche (Tav, ponte sullo Stretto, nuove autostrade e altre infrastrutture stradali e ferroviarie) non si registra più, per fortuna, la stessa reazione popolare di un tempo. È curioso perché, anche se la sinistra radicale non è più rappresentata in Parlamento, continua ad avere una presenza organizzata nella società.
Eppure il silenzio, l'assenza di manifestazioni rumorose ci sembrano molto significative e confermano la estrema debolezza della sinistra massimalista e, in generale, di tutta l'opposizione, se si eccettua il caso isolato di Di Pietro (la cui unica preoccupazione sembra unicamente quella di attaccare ossessivamente Berlusconi).
Il Pd di Veltroni sembra caratterizzato dalle roventi polemiche interne fra le quindici e più correnti interne. Al punto che già circolano i nomi dei successori di Veltroni, destabilizzando non solo l'attuale segretario ma tutta la leadership dell'opposizione. La stessa manifestazione nazionale del 24 ottobre, promossa dal Pd, con tutte le defezioni registrate, rischia di ridimensionarsi moltissimo a poco più di una testimonianza. In diversi settori del Pd del del nord si fa osservare infatti: vale la pena promuovere una grande contestazione della politica del governo, quando poi sulle misure anticrisi il Pd ha già deciso di astenersi? E i sindacati? Tentano, come spesso è avvenuto in passato, di supplire alla debolezza dell'iniziativa politica.
Ma questa volta però, a differenza del passato, sono profondamente divisi nelle politiche e nelle strategie, come si è visto nella vicenda Alitalia e nel confronto sulla riforma contrattuale (Cgil da una parte e Cisl, Uil, Ugl dall'altra). Persino sulla scuola Cisl e Uil sembrano più disponibili a cercare un accordo con il ministro Gelmini, anche se — per timore di perdere consensi — hanno proclamato uno sciopero di bandiera. Insomma, anche i sindacati si trovano in grandi difficoltà e di fatto accusano contraccolpi dell'iniziativa aggressiva del governo. Come è avvenuto con la campagna sui fannulloni, vinta, per il momento, dal tenace ministro Brunetta (ha ridotto del 50% l'assenteismo degli statali, equivalenti a circa 45 mila occupati), sembra che si siano trovati improvvisamente senza argomenti difensivi.
Il clima è veramente cambiato e l'opinione pubblica non accetta più discorsi generici di riforme, senza che si metta mano all'ascia per tagliare la spesa pubblica, fatta anche di privilegi, di sacche di parassitismi, di tutela di piccole e grandi caste. E si sa che in Italia quando si comincia a toccare corporativismi e lobbies, con tutti gli interessi consolidati, scoppia il finimondo. Il governo Berlusconi ha il merito di provarci, con coraggio e senza puntare ai calcoli elettorali. E la crescita dei consensi premia un decisionismo che non si registrava dai tempi del governo di Bettino Craxi.
Aldo Forbice
17/10/2008