Questo è avvenuto per merito della presidenza francese e della sua capacità di orchestrare una cabina di regia con i principali governi della Ue, ovvero Inghilterra, Germania e Italia. Mentre Sarkozy con l'aiuto determinante di Berlusconi lavorava per le soluzioni, il presidente della Commissione Barroso balbettava. Questo signore che sta per chiudere il suo mandato con bilancio davvero grigio, è lo stesso che l'altro giorno ha tuonato contro l'iniziativa italiana di revisione del pacchetto clima. Su queste stesse colonne avevamo lanciato l'allarme dei costi che questo provvedimento ideologico avrebbe avuto per l'intera economia europea. Il governo italiano non ha perso tempo. Il ministro Ronchi si è attivato immediatamente anche presso le altre cancellerie. La Prestigiacomo e Scajola hanno fatto lo stesso con i loro colleghi europei. Ora che il nodo è in discussione al Consiglio europeo, ecco Barroso che tuona per difendere lo sciagurato lavoro della sua Commissione. Questa è esattamente l'Europa che fa male all'Europa e che non ci piace.
Il governo Berlusconi si presenta nel 2008 molto diversamente da quello del 2001. Il premier e la sua squadra hanno la consapevolezza che l'Unione può rappresentare un'opportunità e non solo un laccio alla crescita. Giulio Tremonti dedica al rispetto dei vincoli di Maastricht (che pure magari immagina più flessibili) un'attenzione non formale. E non è un caso che tutte le strategie nazionali passano da Bruxelles. Sarà la Bei a dare ossigeno agli investimenti infrastrutturali italiani (Matteoli ha chiuso un ottimo accordo) e sono europei i fondi che hanno consentito al governo e al ministro Zaia di sostenere i produttori di Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Tutti progetti di sviluppo e crescita della nostra economia passano dall'Europa, comprese le idee di finanziare i grandi investimenti attraverso l'emissione di eurobond o la costituzione di una sorta di fondo sovrano europeo. Su questo, il governo è impegnato con il sostegno (quasi sempre) dell'opposizione. Mentre gli altri Paesi reagiscono positivamente (si veda l'ottimo asse con il presidente francese Sarkozy), la Commissione non perde occasione di rappresentare un freno.
Con l'allargamento a 27 Paesi membri, quello della governance europea è un problema serissimo. Il Trattato di Lisbona prova a dare delle prime risposte ma certamente non è risolutivo. Peraltro, le perplessità del mondo anglosassone (l'Irlanda ha bocciato il trattato e i conservatori inglesi lo contestano duramente) rappresentano una non trascurabile spada di Damocle. In questo quadro, l'Europa non può permettersi di affidarsi alle presidenze dei Semestri. Quella francese volge al termine e quelle che seguiranno non avranno un'autorevolezza comparabile. E se, per dirla all'Economist, Barroso is unfit to lead Europe, si capisce che il problema ci sta tutto ed è serio. La suggestione di poter avere a capo della Commissione un leader politico come Tony Blair era evaporata rapidamente a favore di un'ipotesi di riconferma dello stesso Barroso. Oggi questa prospettiva appare insostenibile: l'Europa non può permettersi questo lusso. La vicenda del pacchetto clima deve rappresentare una spia di una assimetria crescente fra Commissione e governi. L'Italia può e deve essere capofila di un'iniziativa che, insieme a Francia, Germania e Inghilterra, porti ad una sostanziale innovazione nelle istituzioni europee. Se non è possibile attraverso i Trattati, occorre agire su chi avrà la responsabilità della leadership. Cambiare Barroso può essere la premessa di una nuova e migliore Europa. Quella che tutti ci attendiamo.
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16/10/2008