Eppure il Cavaliere era stato chiaro: con questa crisi finanziaria non si può scherzare. Così il premier italiano, ormai «verde» ma di rabbia, ha deciso di minacciare il suo veto al pacchetto 20-20-20 (quello sul clima, appunto).
Berlusconi ha fatto riferimento in particolare alla borsa delle emissioni di C02, uno degli strumenti previsti dal Protocollo di Kyoto per regolare il «diritto ad inquinare» delle aziende: quelle altamente inquinanti possono sforare i tetti imposti comprando i diritti delle consorelle a più bassa emissione di gas. «È una clausola ridicola, perché si creerebbe un nuovo mercato economico su titoli derivati che sarebbero tossici», ha motivato il premier. «È un aspetto che abbiamo rifiutato e sul quale c'è la preoccupazione di Paesi come Francia, Germania e Polonia. Ho anche detto di essere pronto a mettere un veto su questa clausola e la Polonia si è subito schierata al nostro fianco», ha aggiunto.
La posizione italiana si è ulteriormente irrigidita rispetto alle previsioni della vigilia che annunciavano la richiesta di «una pausa di riflessione», e di un «impatto di valutazione sui costi» delle misure per industrie ed economia ritenuti «insostenibili», soprattutto alla luce delle conseguenze della crisi finanziaria mondiale. Poco prima di Berlusconi, era stato il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, a minacciare il veto: «È una partita a poker nella quale la Polonia è pronta a mettere il suo veto se ci sarà il tentativo di imporci un accordo sul pacchetto climatico da qui a dicembre», ha detto Sikorski, spiegando le ragioni che hanno portato Varsavia a promuovere a sorpresa un mini-vertice a nove che ha riunito i premier dei paesi Ue dell'est (con la sola eccezione della Slovenia), poco prima dell'avvio dei lavori del Summit a 27.
L'annuncio italiano e l'iniziativa polacca hanno così rimesso in discussione la tabella di marcia per l'applicazione del pacchetto di misure proposte dalla Commissione Ue, che si articolano in quattro direttive, che nella bozza di conclusioni del vertice viene ancora confermata per dicembre prossimo.
È bene chiarire che il motivo che induce l'Italia a lottare per la modifica di questo pacchetto (anche se ne condivide gli obiettivi) derivano soprattutto da un costo troppo alto che la nostra nazione dovrebbe pagare. Secondo i dati, forniti dall'Ue, l'Italia avrà pagato al 2020 (anno di chiusura del progetto) ben 180 miliardi di euro. Ed è il Paese in testa alla graduatoria, seguita dalla Spagna, la Francia, la Germania e l'Inghilterra. Un pericoloso per le nostre imprese, come ha annunciato il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il ministro Andrea Ronchi.
Il braccio di ferro tra i no e i sì al 20-20-20 si divide anche tra le nazioni con un'economia avanzata delle energie rinnovabili (in particolare i Paesi scandinavi) e le nazioni qualche passo indietro. Insomma, in tema di ambiente il business conta e non poco. L'Italia oggi può contare sull'appoggio della Polonia e di alcuni Paesi dell'Est, nonché della Romania, della Rep. Ceca e della Spagna. F. P.
Vai alla homepage
16/10/2008