30. È uno degli effetti della «crisi». Niente corse italiane, frequenatori decimati, crollo del volume d'affari.
Non è una domenica qualunque, e non potrebbe essere altrimenti. Dopo 81 anni il derby di Tor di Valle non si corre, e per gli appassionati è quasi un lutto. «È come se in Brasile annullassero il carnevale di Rio - spiegano - o come se in Inghilterra non si festeggiasse il compleanno della regina».
Sugli schermi della sala scommesse scorrono le immagini delle corse dall'Inghilterra e dalla Francia. A guardarle solo una decina di persone. Perché non è la stessa cosa. «Queste gare non hanno importanza, non conosciamo i cavalli - raccontano - puntiamo 4-5 euro, ma solo per passare il tempo». E c'è chi invece non gioca neanche, è lì perché è l'abitudine di sempre, per gli amici, per parlare, prendere un caffé, «perché dopo 50 anni è impossibile cambiare uno stile di vita». Sembrano le parole di Mandrake.
C'è silenzio, quasi tristezza. Ma la maggior parte degli appassionati solidarizza con la categoria in sciopero. «È da marzo che aspettano i soldi, hanno ragione - spiegano - Lei lo sa quanto costa mantenere un cavallo ogni mese? Circa 1.500 euro. Sempre che non si ammali. E non stiamo certo parlando di un fuoriclasse».
Nessuna speranza che lo sciopero possa presto rientrare. «Se i soldi ci fossero stati - commentano - avrebbero salvato il Derby. Per risolvere una situazione del genere non basteranno poche settimane».
Nella storica sala di via Francesco Gai, a cinquanta metri da piazza Mancini, gli appassionati sono ancora di meno. «Ma non è una novità - raccontano - il settore è in crisi da tempo. Con lo sciopero è stato solo sceso l'ultimo gradino».
I motivi sono tanti. Una volta si scommetteva solo sull'ippica, adesso lo si può fare su tutti gli sport. E poi ci sono i montepremi che, a detta degli appassionati, «in Italia sono molto più bassi che negli altri Paesi», tanto che «siamo noi giocatori che dovremmo scioperare».
Ma è la passione per i cavalli che sta coinvolgendo sempre meno le nuove generazioni. I giovani sono pochissimi, e quei pochi preferiscono le slot-machine al trotto. Un bagaglio di storie, competenze, aneddotti, sta inesorabilmente scomparendo.
«Una volta per entrare negli ippodromi si pagava il biglietto - racconta uno degli appassionati più anziani - ed erano sempre pieni. Adesso regalano biglietti omaggio, fanno entrare tutti, ma sono semivuoti. Una volta c'erano delle navette che ti portavano fino a Tor di Valle e a Capannelle, adesso devi andarci con la macchina». «Ad uccidere questo sport - accusa - sono state le tv a pagamento. E soprattutto le sale scommesse. Se l'ippica muore, a loro non importa niente, tanto il grosso degli affari lo fanno con il calcio».
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13/10/2008