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Esce oggi il nuovo libro di Bruno Vespa "Viaggio in un'Italia diversa", un affresco sui problemi che inquietano l'Italia dalla paura degli immigrati alla crisi finanziaria. Pubblichiamo il capitolo "Se la scuola costa 8000 euro a bambino" sulla difficoltà di mandare a scuola i bambini rom
«Augh!» gridò il comandante Di Maggio appena sceso dalla Punto bianca. «Ciao!» gli rispose Sabaheta, correndoci incontro.
Era una mattinata piovosa di fine maggio 2008 quando arrivammo, inattesi, al campo nomadi di Castel Romano, a trenta chilometri e un'ora e mezzo di traffico dal centro di Roma, sulla via Pontina che porta al mare.
Antonio Di Maggio è il comandante dell'VIII Gruppo dei vigili urbani di Roma. Si occupa da vent'anni di nomadi, insieme a pochissime persone fidate. Conosce tutto di tutti e sa anche che, finora, la sua è stata una battaglia persa. Troppo forti i nomadi, troppo protetti. L'imprevista vittoria di Gianni Alemanno al comune di Roma gli ha ridato fiato e, a quanto mi dicono all'Opera Nomadi, in poche settimane la nuova amministrazione si è orientata in questo ginepraio dove, da decenni, si mescolano povertà e delinquenza, solidarietà e clientelismo.
Sabaheta Hamidovich è una delle veterane del campo: «Sono venuta qui dalla Bosnia che avevo 17 anni. Adesso ne ho 52». Cinque figli nati in Italia, e una situazione irregolare, come quasi tutti qui. Se gli uomini hanno spesso un vecchio permesso di soggiorno, per le donne è tecnicamente impossibile avere un ricongiungimento familiare perché, salvo tre o quattro, nessun matrimonio rom è registrato all'anagrafe. I giovani si piacciono, le loro famiglie s'incontrano e trattano l'aspetto economico: se la ragazza è sana e prosperosa, il prezzo medio pagato dalla famiglia dello sposo è sui 2000 euro; se è magrolina, lo sconto è della metà. Tutto qui. Vivono insieme, per il mondo rom sono sposati, per lo stato civile italiano ovviamente no.
Ci sono anche molti matrimoni tra consanguinei, il che spiega le frequenti tare nei bambini, ma questo è un altro discorso. Nell'estate del 2008 ha fatto molto rumore la storia di una serba di 12 anni e mezzo che ha partorito in un ospedale di Brescia. Si è scoperto che aveva «sposato» un ventunenne del Kosovo (disoccupato, con precedenti per spaccio di droga, rapina e scippo) i cui genitori erano andati a scegliere nel luglio 2007 la nuora in Serbia, pagandola 17.000 euro. I media italiani hanno parlato di «sposa venduta» e rivelato che gli acquirenti avevano ottenuto uno sconto di 8000 euro sulla richiesta iniziale di 25.000 euro. Se è vero quello che mi hanno detto nei campi rom di Roma (e forse non sempre lo è), semmai c'è da stupirsi per il prezzo così alto.
Ma se analizziamo la compravendita su un piano puramente mercantile, la cifra può risultare perfino esigua. In un'intercettazione telefonica che riporteremo nel prossimo capitolo, una madre ricorda ai genitori del promesso sposo che la figlia non ruberà più per lei, ma per loro. Non sappiamo, nel caso di Brescia, quale radioso avvenire attende la giovanissima madre, ma visti i precedenti del marito qualche sospetto «statistico» è legittimo.
Per lei e per i molti bambini che porterà alla luce. E si può comprendere persino lo stupore dei genitori del giovane sposo, che alla polizia hanno obiettato: «Perché avete arrestato nostro figlio? Da noi si usa così...». Lui, il ragazzo, è in carcere con l'accusa tecnica di violenza sessuale, che scatta quando si hanno rapporti con un minore di 14 anni, nonché di riduzione in schiavitù. Vedremo che cosa resterà in piedi di tutto questo al processo. Ma si capisce perché la madre bambina non voglia saperne di rimanere in una «struttura protetta» e chieda di tornare dal suo uomo.
«Ciao, comandante». «Ciao, Carlo».
Il campo di Castel Romano è diviso in due. Carlo comanda nella parte sinistra, Meo in quella destra. Pur essendo entrambi di origine bosniaca, non vanno d'accordo. Questioni di piccolo potere. Il campo è abitato da un migliaio di persone, di cui 800 censite. La metà sono minorenni. Le famiglie vivono stipate in container messi qui un paio d'anni fa dal Comune, quando fu smantellato il campo di Vicolo Savini, vicino alla basilica di San Paolo e ai margini del centro storico, dopo una controversia interminabile. Alla fine arrivarono le ruspe e gli abitanti furono trasferiti qui: prima le tende, poi i container. Ne ho visti di identici dopo i terremoti del Friuli, dell'Irpinia e dell'Umbria. Gli sfollati li avevano trasformati in casette di bambole, con le tendine di pizzo alle finestre e i vasi di gerani in bella mostra. Qui è un disastro. I container ancora in piedi hanno qualche brandina lurida e i servizi ridotti come si può immaginare. Durante la mia visita ne ho contati sedici completamente distrutti. «Costano fra i 6 e i 10.000 euro e li porteranno via le ruspe - mi dice Di Maggio - ma non li sostituiremo».
Carlo ci accompagna nell'unico container decente del campo: il suo ufficio. Sontuosa scrivania con la bandierina italiana, poltrona in similpelle nera con schienale ortopedico, una foto di Massimo D'Antona - il professore di Diritto del lavoro assassinato dalle Brigate rosse -, una di Walter Veltroni e, poi, due grandi foto del rimpianto: il maresciallo Tito in alta uniforme e decorazioni. «Ah, come si stava bene quando c'era la grande Iugoslavia...» mi dicono in coro Carlo e Sabaheta. Per poi propormi un corso accelerato sull'emigrazione rom dai Balcani (oltre ai bosniaci, qui ci sono anche i croati).
«La prima generazione è dei rom italiani...» attacca Carlo. «Boni quelli...» chiosa il comandante Di Maggio. «C'erano quelli di etnia sinti: i Casamanica, i Bevilacqua, gli Spinelli, gli Spada...».
Chi sono, che cosa hanno fatto?, provo a chiedere. Di Maggio sgrana gli occhi: «Che hanno fatto? Usura, spaccio di droga... Quanti ne abbiamo messi in galera... Carlo, glielo dici tu che hanno fatto gli amici tuoi?».
Carlo glissa e mi racconta che gli antenati di queste famiglie sono venuti dall'India, sono passati per l'Asia Minore e i Balcani, e poi sono entrati in Italia da Pescara. Ecco perché, osservo, quando ero bambino, all'Aquila vedevo trattare Pescara con campanilistica sufficienza perché c'erano tanti zingari... «Erano giostrai - prosegue Carlo - e la loro lingua era un coacervo di orientale, napoletano, abruzzese...La seconda ondata di rom è quella kalderash, arrivata dalla Iugoslavia prima della seconda guerra mondiale. E poi ci siamo noi, venuti a metà degli anni Sessanta perché eravamo poveri. I nostri genitori ci hanno portato qui a fare il nostro lavoro di artigiani: lavoriamo l'ottone, il rame, il ferro...».
«In realtà, la maggioranza di loro non fa un cazzo» sbotta Di Maggio.
Carlo finge di non sentire. «Noi amiamo questo paese. Perché c'è tanto odio contro di noi? Abbiamo paura...».
Il comandante dei vigili mette le cose in chiaro: «Carlo, tu lo sai che le risposte aggressive contro di voi, io non le condivido. Gli italiani ce l'hanno di più con i rumeni, ma tu sai benissimo che da qui partono anche i parenti tuoi per fare gli scippi alla stazione Termini. Diglielo a Vespa che, se ve fate un giapponese, tornate con 3-4000 euro e ce magnate per un mese tutti quanti e non fate un cazzo di lavoro...». (I giapponesi e i russi sono le vittime preferite dai rom, perché statisticamente portano con sé più contanti dei turisti di altre nazionalità.) «Qualche volta - ammette Sabaheta - trovo 500 euro in un portafoglio, ma qualche volta solo 5...». Legge sul mio volto una smorfia di solidarietà (per i 5 miseri euro) e chiarisce: «Mai rubato a italiani, solo a stranieri...».
«La verità - riprende Di Maggio - è che non avete nessuna voglia di integrarvi. Di', Carlo, la droga qui c'è o no?». Carlo: «Hai ragione, ma qui non c'è assistenza. Non sapete spendere i 26 milioni di euro che l'Unione europea mette a disposizione per gli aiuti ai rom».
Di Maggio: «Che significa che non c'è assistenza? Se andate in ospedale, vi curano. La scuola è a disposizione. Ma quanti bambini ci vanno?». Carlo: «Pochi, il piano della scuola lo gestisce l'Arci, ma l'Opera Nomadi litiga con l'Arci per la gestione dei soldi e della scuola».
Interviene Sabaheta: «Non abbiamo acqua potabile». Di Maggio: «Perché non dite a Vespa che avete rubato il rame e l'ottone dai serbatoi. È vero o no?». I due rom in coro: «È vero, ma sono stati gli zingari, non siamo stati noi...». Di Maggio: «I vigili vengono a controllare. Verificano che vi siete fottuto tutto e poi voi vi lamentate». Sabaheta: «C'è chi ruba e chi non ruba. Se non ho soldi, io vado a chiedere l'elemosina...».
Di Maggio: «Vendete la droga o no?». Sabaheta: «Qualcuno no, qualcuno sì. Ma qui nessuno ha mai violentato una ragazza».
Dietro un paio di container semidistrutti vedo grosse pozze d'acqua e, poco più in là, da un tubo spezzato si forma una piccola sorgente. I rom protestano dicendo che, in ogni caso, quella non è acqua potabile. Uno di loro rientra con un paio di grosse taniche. «L'acqua - mi dice il comandante dei vigili - sarebbe appena sufficiente per l'intero campo, ma molti lasciano i rubinetti aperti e così, ben presto, le pompe pescano la sabbia che si accumula in fondo ai serbatoi e la gente deve ricorrere alle taniche».
Passando da un campo all'altro, da quello di Carlo a quello di Meo, dove ci sono i container distrutti, vedo un paio di camper. Di Maggio si avvicina, gratta sul predellino d'ingresso e chiama uno dei suoi: «Guarda, hanno ribattuto il telaio...».
Uno dei rom tenta di dire che è stato il concessionario a farlo, ma fortissimo è il sospetto che quel mezzo sia stato rubato.
Sabaheta ha un moto d'orgoglio: «I miei figli, i nostri figli sono italiani, molti hanno votato. Io ne ho quattro, e cinque nipoti. Hanno amici italiani, vanno in discoteca con loro». «Ma intanto non li mandate a scuola», interviene Di Maggio. «Quando abitavamo a Vicolo Savini, ci andavano tutti», protesta la donna. Il comandante dei vigili si arrabbia: «Ma quale scuola! Di' piuttosto che i bambini li mandavate tutti a rubare...».
Già, quanti bambini vanno a scuola? Al campo di Castel Romano ci siamo presentati senza preavviso, ma la voce è corsa, ed ecco, uno dopo l'altro, arrivare gli «operatori sociali» e i gestori dei cospicui finanziamenti comunali ai rom.
Gli «operatori» sono quattro, due per campo. Ne arrivano due, sono ragazze, restano in silenzio: ho la sensazione che siano imbarazzate per quel che ascoltano.
Bruno Vespa
03/10/2008