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Qualcuno se n'era dimenticato, ma oggi entra ufficialmente in azione la missione di osservatori in Georgia dell'Unione Europea.
Per questo motivo, l'alto commissario per la politica estera e di sicurezza dell'Ue, Javier Solana, ha fatto ieri una visita-lampo a Tbilisi e a Gori, per esaminare la situazione legata al dispiegamento degli uomini.
Un semplice monitoraggio che ha già subito una prima censura, da Mosca. Un «colpo di freno» concordato, a detta dei portavoce russi con Bruxelles: i rappresentanti dell'Ue - circa 300, dei quali una quarantina di inviati italiani - non potranno entrare sin da oggi nelle cosiddette fasce di sicurezza a ridosso dei confini di Abkhazia e Ossezia del Sud, ma si «accontenteranno» di attestarsi ai bordi, dislocati in quattro centri regionali, adiacenti le zone-cuscinetto.
Così, resta ancora all'esame la logistica del loro dispiegamento: di sicuro, in base agli accordi sottoscritti dai presidenti russo Dmitri Medvedev e francese Nicolas Sarkozy, entro il 10 ottobre si dovrà arrivare alla piena sostituzione in quelle zone dei «caschi blu» russi, definiti forze di occupazione da Tbilisi.
Peraltro, Solana - che ha visto il presidente Mikhail Saakashvili - si è detto fiducioso sul rispetto del piano Medvedev-Sarkozy: «Sono ottimista sul fatto che tutte le parti si conformeranno ai termini dell'accordo concluso, così come lo abbiamo fatto noi». Della missione Ue fanno parte anche una quarantina di inviati italiani.
Serghei Lavrov, di ritorno da New York - dove ha partecipato all'Assemblea generale dell'Onu - ha ricordato l'urgenza di prorogare i mandati degli osservatori Onu e Osce in Abkhazia e in Ossezia del sud, che scadono i primi il 15 ottobre e i secondi il 31 dicembre. Il ministro degli Ester russo ha anche sottolineato che questi dovranno essere ridiscussi alla luce della nuova realtà: «I nostri partner occidentali insistono categoricamente sul fatto che tutte queste presenze internazionali debbano continuare a essere definite "missioni in Georgia", mentre Tskhinvali e Sukhumi giustamente vogliono cambiare quelle definizioni».
Non è una questione di banale semantica: per l'Occidente, cedere su quel punto significherebbe riconoscere tacitamente la secessione delle due repubbliche ribelli, mentre almeno a parole si ribadisce il rispetto dell'integrità territoriale georgiana.
Intanto, con mille soldati in marcia, mezzi militari lungo le strade, jet dell'aeronautica sopra i cieli della capitale, l'Abkhazia ha festeggiato ieri la sua prima festa nazionale dopo il riconoscimento dell'indipendenza, consacrato lo scorso 26 agosto dal governo di Mosca.
Infine Medvedev, sempre più spavaldo, ha di nuovo premuto il tasto del riarmo, stavolta nucleare, e della creazione di un sistema di difesa aerospaziale.
Marino Collacciani
01/10/2008