Rassegna stampa
POLITICA INTERNI-ESTERI ECONOMIA SPORT SPETTACOLI PIZZI..cati channel VIAGGI HI TECH SHOPPING MULTIMEDIA SONDAGGI LAVORO
Roma Latina Frosinone Lazio Nord Abruzzo Molise ABBONAMENTI CASE FINANZA

mercati in bilico

Bush in ginocchio:
"Senza piano sarà la fine"

Povero Bush. Travolto dalla crisi finanziaria, il presidente continua i suoi appelli al Congresso per l'approvazione del piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari. Un pacchetto dettagliato di misure confezionato ad arte dal segretario al Tesoro Paulson.

George W. Bush Niente. L'uomo più potente del mondo viene ascoltato meno di un predicatore londinese allo speakers corner. Tutto inutile. «Riconosco che si tratta di un voto difficile - ammette Bush - e comprendo la preoccupazione dei contribuenti per il fatto che bisogna spendere 700 miliardi di dollari pubblici».


Proprio qui sta il punto. Gli americani non vogliono accollarsi il conto dei crack di Wall Street. Il ragionamento è semplice: non si paga tutti per gli errori di pochi spregiudicati raider della finanza. E con le elezioni presidenziali alle porte sia Obama che McCain preferiscono restare in sintonia con la vox populi. Del resto il piano è già vecchio prima della sua approvazione visto che Wall Street ha bruciato oltre mille miliardi di dollari a causa degli ultimi ribassi. L'analisi del problema deve necessariamente essere più ampia. Siamo di fronte a un cambiamento epocale della finanza che ha cancellato in un fine settimana il ruolo delle banche d'affari. Keynes è tornato di moda e gli interventi statali sembrano la panacea per dare equilibrio a un sistema che invece doveva poggiarsi sulla mano invisibile del mercato.


Povero liberismo. Osannato e poi preso a schiaffi per colpe non sue. Prima una speculazione trasformata in molla positiva, venti anni di globalizzazione, un arricchimento non solo di alcuni ma della maggioranza del pianeta. Poi l'avvento e l'abuso dei derivati, i sofisticati strumenti finanziari, hanno disegnato un crollo proporzionale al successo precedente.


Colpa del liberismo? Magari no. Forse colpa di una mancata regolamentazione unita a una trasgressione imprudente delle vecchie regole. L'euforia finanziaria ha amplificato gli eccessi, consentendo da un lato una vertiginosa crescita e dall'altro crolli che minano le fondamenta del mercato.
I fallimenti di Enron, Worldcom e della nostra Parmalat sono esempi che hanno però portato i responsabili dietro le sbarre.


In questa crisi finanziaria, intrisa di nazionalizzazioni come dimostrano Fannie Mae e Freddie Mac, a pagare sono invece tutti i contribuenti. Il «panic selling», innescato dai mutui subprime, ha fatto fallire banche prestigiose e allo stesso tempo fatto saltare anche la più semplice regola del diritto: chi sbaglia paga.


La vera ricetta anti-crisi dovrebbe ripartire dal mercato e dall'applicazione delle regole per non permettere a chi truffa i risparmiatori di restare impunito. A cascata sarebbe opportuno ricalibrare l'azione degli organi di controllo e ricordare alla Fed che il suo ruolo principale è quello di «custode del dollaro» e non arbitro che prende a calci il pallone della crisi per scaraventarlo in Europa e in Asia. Di contro, la Bce in questa fase dovrebbe seguire l'interventismo della banca centrale americana e difendere i colossi del credito. Prima che sia troppo tardi.

Vai alla homepage

Alessandro Usai

01/10/2008










Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro