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Natalia Poggi n.poggi@iltempo.it Il «cinese» non tira più ...

Natalia Poggi
n.poggi@iltempo.it
Il «cinese» non tira più soppiantato dall'amore per la gastronomia del paese del Sol Levante? No ploblema basta convertire il ristorante cinese in giapponese e gli involtini primavera e il pollo alle mandorle con maki, sashima e sushi.

Via le boiserie rosso-lacca e i dragoni dorati giganti (tutti manufatti pre-fabbricati in Cina che danno quell'aria di omologazione ai ristoranti cinesi romani) prontamente sostituite con pannelli bicolori e atmosfere minimal e il gioco è fatto. Ma i bongustai non si lasciano abbindolare e i «finti giapponesi» (che si chiamino pure Osaka, Sushisen o Kyoto) sono messi all'indice perchè con la gastronomia giapponese non hanno nulla a che vedere. «Andavo spesso in un ristorante cinese a Piazza Ardigò che si chiamava "Karaoke" - dice un'abitante dell'Eur - poi a un certo punto è diventato giapponese e ha assunto il nome di "Kyo". All'interno tavoli bassi e nastro rotante ma stessa proprietaria cinese». E il menù? «Fanta-giapponese con pesce crudo e tempure che poi sono delle verdure pastellate». Stendiamo un velo pietoso sulla qualità del pesce la cui provenienza resta oscura ma il giudizio complessivo? «Pessimo. Il pesce non l'ho digerito e le verdure erano accompagnate da un brodetto che sapeva di dado». Eh già perchè il sapore del glutammato di sodio (e i suoi effetti del genere maledizione di Montezuma) resta invariato anche nella versione Sol Levante.
Un racconto da film dell'orrore ci arriva, poi, da un signore che affittò un locale a un ristoratore cinese: «In cucina c'era una sporcizia da non credere. Per terra dei secchi di plastica, quelli che si usano per lavare gli stracci, pieni di roba da mangiare. Erano verdure secche ammollate ma soprattutto pietanze e zuppe già prelavorate».

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25/09/2008










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