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la polemica

Sofri, adesso basta!
Il cattivo maestrino
che rinnega la verità

Adriano Sofri, condannato a ventidue anni di reclusione come mandante dell'omicidio del commissario di pubblica sicurezza Luigi Calabresi, è stato (per pochi anni!) un galeotto orwellianamente più eguale degli altri. Al sullodato è stato concesso di tutto, di più.

Adriano Sofri Ha potuto leggere tutti i libri che ha voluto. Ha scritto libri su libri e saggi in quantità industriali, tant'è che - poveretto - gli è venuto il callo dello scrivano. Se lo sono conteso autorevoli testate giornalistiche: da "Panorama" a "Repubblica", al "Foglio". E una ben orchestrata campagna di stampa ha fatto di tutto perché gli fosse concessa una grazia che lui, Sofri, non si è mai sognato di chiedere. Perché, con quell'arroganza intellettuale che gli è propria, ha detto e ridetto fino alla noia che la sua condanna è ingiusta.


Favorevoli alla grazia sono stati in questi anni una legione di (si fa per dire) benpensanti. E ben pochi hanno fatto stecca nel coro. Onore al merito, basterà citare un beffardo Giovanni Sartori, più toscanaccio che mai, secondo il quale Sofri "non vuole la grazia. In prigione fa quello che vuole, è trattato con i guanti bianchi, scrive quanto vuole quello che vuole, guadagna un sacco di soldi e vive gratis. Mi pare una soluzione accettabile" ("Corriere della Sera magazine", 8 luglio 2004). Per i suoi begli occhi (di Sofri, si capisce, non di Sartori) l'allora presidente Ciampi sollevò un conflitto di attribuzione nei confronti dell'allora Guardasigilli Castelli, che per nessuna ragione al mondo avrebbe dato il suo placet a un atto di clemenza. E la Corte costituzionale decise, per prudenza solo dopo l'uscita di scena di entrambi, che al solo capo dello Stato spetta un potere assoluto di grazia.


Nonostante il verdetto della Consulta, l'attuale presidente della Repubblica non si è pronunciato al riguardo. E bisogna dare atto a Giorgio Napolitano che il suo ineccepibile silenzio è più che comprensibile. Perché nel frattempo, in mancanza di una grazia in punto di diritto, Sofri gode di una sostanziale grazia di fatto. A seguito della malattia che l'ha colpito, infatti, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Come ha ben detto Mario Cervi, "esiste - in Italia esiste sempre - una strategia trasversale e aggirante, non enunciata ma nella sostanza applicata, che è quella di cui ci si serve per questo recluso eccellente. La grazia non c'è, ma in effetti c'è" ("il Giornale", 19 giugno 2005).
Ora che è libero come l'aria, l'ex capo di "Lotta continua" è corteggiato come una star. Al Palio di Siena gli fu riservato un posto d'onore, quasi fosse un'autorità.

Piero Fassino, ai tempi in cui era segretario dei Ds, lo accolse sul palco in un'assise di partito come un beniamino. Perfino Francesco Cossiga, come Omero, talvolta si appisola. E in un'occasione che sarà bene dimenticare, lo salutò con una cordialità che in genere si riserva agli amici più cari. Si dà il caso che non solo l'insuccesso ma anche il successo può dare alla testa. Ed è appunto ciò che sta capitando a Sofri, questo personaggio con la puzza sotto al naso. Che oggi come ieri sdottoreggia a più non posso nella convinzione di avere sempre ragione.
Così ha indossato i panni del sofista, che gli stanno a pennello, e ha spaccato il capello in quattro con una faccia tosta degna di miglior causa. In una lettera al "Corriere della Sera", Sofri di sé dà il meglio del peggio con queste parole: "Io, che non sono mai stato terrorista, e sono stato sempre avverso al terrorismo, anche quando ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo". Bontà sua, non intende farci stare sulle spine.

E spiega: "'Terrorista' può essere un generico epiteto, da usare per insultare qualcuno quando si perde la pazienza. Me, per esempio". Per darla a bere, Sofri non è secondo a nessuno. Ma noi siamo apoti. Perciò siamo arciconvinti che chi si rende responsabile di una violenza come quella della quale fu vittima il commissario Calabresi, a torto considerato responsabile della morte dell'anarchico Pinelli, non è altro che un terrorista.


E Gerardo D'Ambrosio, oggi senatore del Pd e allora giudice istruttore dell'inchiesta sulla morte di Pinelli, è come se parlasse al vento quando afferma: "Ora Sofri sostiene che l'omicidio Calabresi non fu terrorismo. E che cos'era, la sentenza di condanna di una Corte d'Assise? E chi la presiedeva questa Corte? Lo stesso Sofri? Ma per favore…". Parole al vento perché Sofri replica in malo modo che D'Ambrosio è stato fuorviato. Cattivo maestrino era e tale è rimasto. Assieme a una folta compagnia di giro sulla quale, per carità di Patria, sarà meglio stendere un velo.
 

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Paolo Armaroli

23/09/2008

  • 25/09/2008 12:17 Gianfranca Marchetti
    Hanno inquinato l'aria , avvelenato i pozzi,seminato odio e morte.Siamo tutti contagiati da questi miasmi diffusi da ormai 40 anni(1968-2008)Ma siamo riusciti a sopravvivere e abbiamo dimostrato col voto la nostra esausa ma resistente vitalità.Adesso ci vuol coraggio e fermezza per completare la disinfestazione.Aria nuova e pulita per disintossicare i nostri giovani.FORZA Gelmini,Maroni ,Brunetta, Alfano e compagnia ,Forza alla stampa libera , forza SILVIO! saluti da Gimmi
  • 24/09/2008 22:48 Alberto Licheri
    "Perché, con quell'arroganza intellettuale che gli è propria, ha detto e ridetto fino alla noia che la sua condanna è ingiusta." Che c'entra l'arroganza? Sofri afferma di non essere il mandante dell'omicidio, e si è difeso in modo convincente. Si legga le carte e dimostri che mente se ne è capace. O forse vuole che dica che è colpevole anche se è innocente? Anche a Tortora veniva rimproverato di essere arrogante.
  • 23/09/2008 11:10 Massimo Testa
    Il terrorista Sofri, dovrebbe essere avvisato, che ormai il Gioco delle tre carte non lo fanno piu neanche a Porta Portese la domenica. E rimasto solo il sinistrume e i suoi derivati a farlo
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