| POLITICA | INTERNI-ESTERI | ECONOMIA | SPORT | SPETTACOLI | PIZZI..cati channel | VIAGGI | HI TECH | SHOPPING | MULTIMEDIA | SONDAGGI | LAVORO |
Restò impigliato anche lui nelle corde del pronubo Battisti. «Ci portò a una festa, la solita banda con Boncompagni, Marenco, Bracardi. Lucio prese la chitarra e ci fece ascoltare, in anteprima assoluta, una canzone ancora inedita».
Quale, Arbore?
«"Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi". Ero tornato da poco single, la mia ragazza mi aveva tradito...».
Ahi.
«No, beh, diciamo che ero stato lasciato. Ma quella sera, complice quel brano meraviglioso, cominciò la mia storia d'amore con una celebre attrice. Eh eh eh».
Anche per un avveduto disk-jockey, galeotta fu la magia di Mogol-Battisti.
«Magia, sì, ma in quelle loro cose c'era la sincerità della vita. Pezzi che nascevano direttamente dalla biografia dei loro autori. O dei loro amici. Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik si separava dalla moglie? Ed ecco Lucio e Giulio scrivere "Vendo Casa"».
E quella carrellata di personaggi femminili: Linda era una ballerina inglese che aveva avuto una storia con Mogol. La fedifraga Francesca...
«Francesca, per fortuna loro, era la ragazza di un conoscente. Anna, invece, era la moglie del direttore della Ricordi, Alberto Durante. Uno che non disdegnava il fascino muliebre. Poi tornava all'ovile: da qui l'urlo di "Voglio Anna"».
Durante era il suo dirimpettaio, caro Arbore.
«Infatti si organizzavano queste cene "d'affari" in cui il giovane e non ancora famosissimo Lucio proponeva le sue cose. In un clima goliardico e ridanciano».
In una di quelle serate Battisti restò a bocca aperta quando vide per la prima volta Laura Antonelli.
«Laura era di una bellezza folgorante. Era stata fidanzata con Marenco, poi si erano lasciati senza drammi. Lucio ci telefonava: "ma quando me la fate rivedere?". E noi perfidi, per farlo soffrire: "Si è innamorata di un altro". Non era vero, ovviamente. Tra loro non ci fu nulla».
Ma per apprezzarne le grazie Lucio andava al cinema. Una volta, in platea...
«Sì, incontrò Grazia Letizia, che aveva già notato a Sanremo, e scoccò la scintilla. Me la ricordo carina, educata, quando era segretaria del Clan di Celentano. Non ebbi il piacere di frequentarla e me ne dispiace».
Perché Battisti scelse l'autoreclusione?
«Era un perfezionista, non sopportava che sul suo conto si dicessero cose inesatte. Era riservato, non amava il gossip: viveva per la musica. E per la sua famiglia».
Però, quando ancora accettava il confronto con pubblico e stampa, accettò di scendere in quella fossa dei leoni che era "Speciale per voi".
«Venne due volte: e in quel mio programma tv davvero potevi essere stritolato dai pareri dei ragazzi in studio. Fecero piangere Caterina Caselli, demolirono Don Backy».
Un tizio lo fece esplodere dicendogli: "tu non sei impegnato, canti l'amore".
«E Lucio replicò: "tranquillo, io sono disi-tutto". Poi cantò con una furia straordinaria, e tutto live, mica in playback. Quelli dibattevano sul "messaggio", e lui alla fine sbottò: "Con le vostre chiacchiere non ci ho capito niente. Ma vi chiedo, le mie canzoni vi emozionano o no?"».
Il punto era quello.
«Quella era la sua vera rivoluzione. L'avevo capito sin dai tempi di "Bandiera Gialla", quando lui faceva l'autore per i Dik Dik e l'Equipe 84 e non se la sentiva di cantare. Credeva di avere la voce più roca e stonata di quella di Mogol. "Sei pazzo", gli dicevo, e lo convinsi».
Per fortuna.
«Ci eravamo accorti che questo ragazzo aveva un talento straordinario. L'aveva scoperto una discografica francese, Christine Leroux, e l'aveva incoraggiato Roby Matano, il leader dei Campioni. Matano aveva collaborato con Tony Dallara, ma credeva ciecamente nel suo giovane chitarrista Battisti».
Qual era il suo genio?
«La versatilità nel saper lavorare su accordi e su arrangiamenti mai pensati prima, creando le fondamenta per nuove melodie e armonie. Prima di lui ci si ispirava, per la "canzonetta", al melodramma italiano, o al jazz vocale rivisitato alla Quartetto Cetra, o al rock celentaniano. Nell'aria restavano suggestioni orchestrali, come quelle di Kramer, Trovajoli, Umiliani, Luttazzi. Intanto arrivava l'onda beat dall'America e dall'Inghilterra. Dissero che "29 settembre" era psichedelica. Ci facemmo su un convegno, a Milano».
Lucio fu il secondo padre fondatore del pop italiano moderno, dopo Modugno.
«Mimmo rimescolava il folk siciliano con l'energia degli urlatori, Battisti preparò il terreno per la generazione dei cantautori. A partire da Baglioni, e fino a Vasco, nessuno ha potuto più prescindere dalla sua lezione. Nessuno ha più proposto novità così radicali».
Quelle con Panella erano anche troppo radicali.
«Troppo in avanti con i tempi: quel tipo di innovazione andava assimilato con più calma, perché non mancavano gli spunti interessanti. Certo, la cantabilità del filone d'oro mogoliano era un'altra cosa».
Quale canzone la colpì maggiormente, negli anni ruggenti di Battisti?
«Imposi in tv e radio "Acqua azzurra acqua chiara", che trovavo di dirompente originalità. Dovevo sacrificare un po' l'altro lato del 45 giri, "Dieci ragazze". Ma poi anche Mogol mi diede atto di aver visto giusto. E poi io, a "Per voi giovani" trasmettevo tutte le sue canzoni, a rotazione. Avevo l'imbarazzo della scelta».
Tra i due autori si era creata un'alchimia irripetibile.
«E resa ancor più sorprendente dal fatto che Lucio scriveva prima tutte le musiche di un album, e solo dopo Giulio elaborava i testi, contrariamente a quel che si fa di solito».
Ma possibile che i due si fossero divisi per un bisticcio sulla spartizione dei diritti? Con tutto quel che guadagnavano?
«Non ne ho mai saputo nulla di preciso. Certo, dal punto di vista economico, erano entrambi molto attenti».
Perché Lucio non sfondò mai sul mercato americano?
«La sua pronuncia dell'inglese era molto lontana da quel che pretendevano. Latina e pulita, per nulla yankee: e quelli ti respingono».
Quando lo vide per l'ultima volta?
«Lo intravidi in un aeroporto, ma lui non si accorse di me. Non avrei mai creduto che quello fosse un commiato. Era giovane. C'era ancora molto da vivere, tanti altri aerei da prendere. E canzoni da regalarci».
Stefano Mannucci
08/09/2008