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Il presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare

Fernando Ferroni: «Il progetto parla per il 15 per cento italiano»

«Una vittoria della scienza e dell'industria italiana». Per Fernando Ferroni, presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, veder accendere l'Lhc dopo 20 anni di lavoro è già un gran risultato.
Professor Ferroni, l'Lhc parla anche italiano?
«Per il 15%, tra capitale umano e finanziario».


Dal 2000 al 2006 il Paese ha investito nel progetto più di 550 milioni di euro. Quale sarà il ritorno economico?
«Già c'è, se si pensa alla grande visibilità che ha dato ad alcune aziende specializzate. Basti pensare all'Agn, che si è saputa reinventare per la produzione di magneti dipolidi. Ne ha costruiti la metà dell'intero progetto. Gli esperimenti Cms e Atlas parlano quasi totalmente italiano. Possiamo dire che oggi, le industrie partecipanti sono già al di sopra del giusto ritorno economico».
E per quanto riguarda le risorse umane?
«Nel progetto ci sono 600 studiosi italiani, per metà provenienti dall'Infn che dirigo e per metà dalle università. Molti di loro ricoprono compiti di grande importanza all'interno dei singoli esperimenti e tra loro ci sono donne in gamba. Sono italiani i vice-responsabili internazionali dei 3 esperimenti maggiori».
Un risultato già ottenuto dall'Infn?
«La realizzazione del Grid, lo strumento in grado di elaborare l'enorme mole di dati prodotta da Lhc».
Mat. Vin.

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07/09/2008










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