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Katia Perrini k.perrini@iltempo.it Capita, sempre più ...

Katia Perrini
k.perrini@iltempo.it
Capita, sempre più spesso, di assistere a un concerto, a uno spettacolo teatrale, a una sfilata, e di ritrovarsi con le luci di nuovo accese, gli applausi nelle orecchie e un senso di vaga perplessità. Capita perché quel che hai visto, sentito, percepito non rappresenta nulla di nuovo.

Così, quando gli ultimi «inventori» viventi ci lasciano, il vuoto è grande. Come quello lasciato da Mila Schön, la «signora dell'eleganza». È morta l'altra sera a 89 anni, nel suo buen retiro nelle campagne dell'Alessandrino dove aveva una tenuta vinicola.
Amici e colleghi la ricordano come una donna severa, austera, concreta, come si può essere solo in Dalmazia, sua terra natìa. Ma il suo stile, pulito ed essenziale, nascondeva una creatività moderna, attuale ancora oggi. Fu lei a inventare il tessuto double face, con le cuciture nascoste, così i suoi abiti «trasformisti» potevano essere indossati da un lato e pure dall'altro. «L'intransigenza con cui concepisco un interno uguale all'esterno è una mia cifra - diceva Mila - Il double face mi dà l'idea dell'ordine, della pulizia di stile che va cercata soprattutto nelle parti invisibili dell'abito». Erano gli anni Sessanta, Mila collaborava con il Lanificio Agnona, aveva da poco aperto un piccolo atelier a Milano, in via Montenapoleone, e aveva debuttato sulle passerelle meneghine. Nella città della Madonnina c'era arrivata assieme al fratello Nino (direttore del quotidiano pomeridiano La Notte), nel 1940, dopo la separazione dal marito Aurelio.
Amava suo figlio Giorgio («il grande amore della mia vita») e gli stilisti francesi, Balenciaga primo tra tutti. Ma mentre a Parigi e a Roma salivano sulle passerelle creazioni di alta moda fru fru e opulente, la Schön vestiva le signore per la prima della Scala con mise pulite e curate nei minimi dettagli. Fu allora che il marchese Giorgini la invitò a sfilare a Firenze nel 1965. Presentò in pedana oltre 20 sfumature del viola per le quali si meritò l'Oscar del colore a Houston. Era entrata a tutti gli effetti nel gotha della moda. Delle sue creazioni si innamorarono Jackie Kennedy, Ira Furstenberg, Marella Agnelli, Mariapia Fanfani. Ma anche cantanti come Milva e l'attrice Virna Lisi. Portò per la prima volta in tv abiti a righe al posto dei classici fiori che fece indossare a Mina nella celebre trasmissione Studio 1.
«The italian Coco Chanel», la battezzò l'International Herald tribune. Ma fu qualcosa di molto diverso e personalissimo. Nella lista dei suoi primati c'è anche il connubio con l'arte contemporanea. Fu lei, per prima, a trasferire sui suoi abiti i cerchi concentrici delle opere di Kenneth Noland, a proporre i tagli «al vivo» ispirati a quelli delle tele di Lucio Fontana. E i ricami di paillettes, pietre e strass erano chiaramente «rubati» a Gustav Klimt. Ciò che sembrava minimalismo, in verità strizzava l'occhio al futuristico, a tratti spaziale. Spunti, idee, invenzioni che oggi ritroviamo su moltissime passerelle.
Alle splendide collezioni di alta moda nel '72 la Schön affiancò anche il pret a porter femminile e maschile e una linea di accessori. Primo marchio italiano a essere importato in Giappone, negli anni Ottanta laggiù spopolò, tanto che nell'86 la multinazionale nipponica Itochu entrò a far parte del capitale sociale (nel '93 ne acquisterà il pacchetto in toto). Purtroppo nel 1995 si chiuse l'esperienza nell'haute couture. Tra alterne vicende, la licenza dell'azienda andò al gruppo di Mariella Burani e poi alla società Brand Extension. Mila, presidente onorario dell'azienda con una nomina all'attivo di Commendatore della Repubblica, si ritirò dalle passerelle e lasciò spazio a Bianca Gervasio che lo scorso febbraio ha disegnato una collezione-omaggio alla grande Mila, fondatrice della griffe. La filosofia di vita e il testamento spirituale della Schön è tutto in una sua celebre frase: «Io noto solo il brutto delle cose, eliminandolo rimane il bello».

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06/09/2008










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