Per far questo, sono necessari Programmi di Stabilità regionali da discutere e approvare nel nascituro Senato federale, con direttive di policy cogenti per le Regioni e per gli Enti Locali. Questi stessi programmi devono essere coerenti, anzi parti costituenti, del Programma di Stabilità nazionale che va in Europa, ponendo fine alle incongruenze tra obiettivi dichiarati a livello Paese e realtà territoriali.
Secondo, è vero che le Regioni meno efficienti sono chiamate a pagare un prezzo e che la transizione alle nuove regole necessita di una qualche gradualità. Ma le garanzie sono ampie, se è vero che i gettiti devoluti e la perequazione copriranno il finanziamento integrale dei livelli essenziali di prestazioni/servizi per sanità e assistenza e che queste voci pesano per circa il 75 per cento della spesa corrente delle Regioni. Se il periodo di transizione sarà troppo lungo e se la definizione di ciò che è essenziale continuerà ad essere omnicomprensiva, sia l'individuazione di standard di quantità e costo unitario che la quadratura dei conti saranno snodi difficili da sciogliere, probabilmente irrisolvibili.
Terzo, il federalismo può segnare una svolta nelle politiche per il Mezzogiorno, ponendo fine agli interventi discrezionali della politica e della Pubblica Amministrazione nella destinazione di fondi straordinari alle Regioni del Sud, e chiudendo la lunga stagione dei sussidi e dei salvataggi. I riferimenti di questi giorni alla volontà di ridiscutere con la Commissione Europea le condizioni per attivare politiche di coesione e di crescita incentrate sulla fiscalità di vantaggio vanno nella direzione giusta, ma dovranno essere accompagnati da un potenziamento dell'azione dello Stato per i programmi di rilevanza nazionale, a cominciare dal potenziamento delle reti infrastrutturali, logistiche e di trasporto. Una posizione, questa, apparentemente non distante da quelle sostenute da tempo da autorevoli esponenti dell'opposizione, come Nicola Rossi.
Quarto, in un assetto federale non ha più ragion d'essere la distinzione tra Regioni a statuto ordinario e speciale, sia perché essa risale a condizioni storiche, economiche e politiche superate, sia perché introduce sperequazioni non sostenibili in un assetto incentrato sull'autonomia di gettito e su flussi di perequazione dimensionati alle esigenze specifiche ed attuali. Su questi temi, maggioranza e opposizione si confronteranno nelle prossime settimane. Con la consapevolezza che una sintesi è possibile ma potrà essere trovata se si accetta la sfida di entrare nel merito dei problemi vissuti dagli italiani.
direttore CERM
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04/09/2008