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il dibattito sull'eutanasia

Bossi: «Anch'io pensai al peggio»

Nei momenti più duri della sua malattia, Umberto Bossi ha pensato di lasciarsi andare, di non lottare più per sopravvivere. Forse con un pizzico di tristezza, ma alla fine questa è la confessione del leader della Lega.

Bossi Una malattia che colpì il leader del Carroccio l'11 marzo del 2004, e che come lui stesso ha raccontato molte volte, lo ha segnato molto.
«In quei momenti ero convinto che non sarei più guarito - racconta Bossi al settimanale Gente - non riuscivo davvero a intravedere un futuro, una speranza». E aggiunge: «Ero frastornato, è stata una lotta durissima tra paura, angoscia e speranza. In una situazione simile si provano tantissime sensazioni contrastanti. Forse però - aggiunge - in fondo non ho mai pensato alla morte in quanto tale, ma soltanto alla fine di una sofferenza enorme che mi stava opprimendo. Ma io sono un lottatore vero e così ho continuato a combattere. La speranza, fortunatamente, è sempre l'ultima ad andarsene».
Umberto Bossi ha vissuto in prima persona quello che è uno dei grandi temi della nostra epoca, l'eutanasia. Non si sottrae quindi quando gli viene chiesto di spiegare il suo punto di vista sul caso di Eluana Englaro, la giovane comasca in coma da 12 anni per la quale, da tempo, la famiglia chiede con forza il diritto a una morte dignitosa. «Capisco che i parenti delle persone in coma da tanti anni e con nessuna possibilità di risveglio - dice - lottino per cambiare la loro condizione. Sono però anche consapevole del dilemma dei medici, sempre soggetti a una scelta che è contro il loro giuramento professionale. Credo che in Italia sarà molto difficile arrivare a una soluzione legislativa, almeno per adesso».
Ieri sera, intanto, partecipando ad una festa della Lega a Melzo Bossi torna su uno degli argomenti caldi del prossimo autunno: il federalismo fiscale. «Andrò in aula fra poco. Se c'è da litigare litigherò. La causa è giusta. Non ci faremo mettere sotto i piedi da Roma ladrona». Il ministro delle Riforme, incita poi i militanti ad andare tutti nella capitale davanti al Parlamento per far capire che la situazione è cambiata.
«In aula ci vado io -spiega Bossi - ma fuori, davanti al Parlamento, non basto da solo. Dovete essere là, in molte centinaia di migliaia. Basterà guardare in faccia i parlamentari per farli capire che è finita». Bossi sul federalismo fiscale torna ad essere battagliero più che mai: «Se non passa con le buone passiamo alle cattive».
Sarà la sede della Lega ad organizzare i pullman diretti alla capitale. Detto questo è lo stesso Bossi ad ammettere che, nonostante il federalismo insieme all'immigrazione sia la priorità per il Carroccio, la situazione «certo non è facile. Più o meno andiamo avanti». Il federalismo fiscale è indispensabile, secondo il leader della Lega, perché «quantomeno ci saranno meno tasse da pagare» e controlli su come vengono utilizzati i soldi della gente. Questa esigenza è sentita da tutti, anche, per Bossi, «a sinistra, dalla gente comune, che ho incontrato quando sono andato alla Festa del Pd a Firenze. La gente non vuole che i soldi vengano sbattuti via. Chi dà i soldi deve controllare dove finiscono. In Europa è così spero funzioni anche da noi».
«Io non me ne andrò dalla politica - assicura Bossi - finchè il nord non sarà una terra libera».

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01/09/2008










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