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Perseguitati, massacrati, uccisi. Nell'indifferenza dei mass media e dell'opinione pubblica occidentali. In molte parti del mondo non c'è pace per i credenti e i missionari di fede cristiana, oppressi per il solo fatto di vivere secondo l'insegnamento del Vangelo.
Perché anche soltanto proclamarsi cristiani, specialmente nei luoghi in cui la religione cattolica è numericamente e socialmente in condizioni di marginalità, può rappresentare un azzardo da pagare con la vita. Asia, America, Africa: ovunque il triste elenco dei martiri cristiani è sempre un conto da ritenersi provvisorio.
Come nell'India orientale, nel centro pastorale di Bubaneshwar, dove il fanatismo di una banda di indù radicali proprio in questi giorni ha causato la morte di due religiose, una arsa viva e l'altra anche violentata. E l'India è forse il paese simbolo delle persecuzioni anticristiane del nostro tempo. Lì dove la minoranza cristiana, col suo esempio di devozione e di impegno a favore dei più poveri, mette in crisi il sistema delle caste, la reazione anticristiana assume infatti i contorni di una spietata e generalizzata ritorsione violenta.
Il tragico record continentale delle vittime cristiane spetta in effetti all'Asia: solo nel 2007 vi hanno perso la vita quattro sacerdoti, tre diaconi e un seminarista. Tra di essi scalpore ha suscitato l'assassinio di Padre Madhu, il trentenne missionario indonesiano massacrato nelle Filippine a colpi di arma da guerra mentre si apprestava a celebrare la messa proprio il giorno della domenica delle Palme.
Ma il Medio Oriente non è da meno, se si pensa al caso emblematico di monsignor Paulos Faraj Rahho, arcivescovo di Mossul dei Caldei, rapito in Iraq il 29 febbraio scorso e fatto trovare morto quindici giorni dopo. A nulla sono valsi i ripetuti appelli in suo favore lanciati da Benedetto XVI, che tra l'altro proprio di recente ha richiamato il popolo di Dio alla vocazione evangelica. «Oggi come ieri - ha ammonito in proposito il Pontefice - la vita del cristiano esige di andare contro corrente, comporta l'essere disposti a radicali rinunce, se necessario fino al martirio». E anche la stessa terra d'Australia visitata dal Papa ha conosciuto il dramma della persecuzione anticristiana: un padre verbita di Sydney è stato infatti accoltellato alla gola nel corso di un assalto organizzato nei locali del suo collegio.
Nonostante fosse sopravvissuto, il missionario è stato dato per morto da molte agenzie di stampa, a testimonianza della superficialità con cui tali vicende vengono trattate dagli organi di informazione.
Nel continente americano la situazione non è certo confortante, con sei sacerdoti e due religiosi assassinati negli ultimi 18 mesi: Messico, Colombia e il cattolicissimo Brasile figurano purtroppo ai primi posti nella lista nera dei Paesi in cui dichiararsi cristiani può implicare violenze e persecuzioni.
Poi l'Africa, dove tre sacerdoti e una suora sono stati vittime di attacchi omicidi. E dove, in Sudafrica, Padre Allard Msheyene, missionario OMI, e la sua assistente suor Anne Thole sono rimasti uccisi nell'incendio doloso della struttura per malati di Aids che gestivano. Ma non vanno trascurati i cosiddetti «militi ignoti della fede», cioè i semplici credenti che, pur senza essersi consacrati alla vita religiosa, in ogni angolo del pianeta pagano caramente la loro fede in Cristo, ricordati nei discorsi di Papa Benedetto.
Né si possono dimenticare le vicende che si sono concluse positivamente, come quella di padre Giancarlo Bossi. Rapito lo scorso anno nelle Filippine meridionali mentre stava andando in Chiesa, il religioso italiano venne liberato dopo oltre un mese di prigionia. Il suo sequestro venne rivendicato da una banda di fuoriusciti del Fronte islamico di liberazione Moro, terroristi separatisti attivi nell'arcipelago di Mindanao. In molte zone dell'Asia, infatti, tra i principali animatori della ondata anticristiana vi sono proprio i gruppi musulmani più radicali.
Rodolfo Lorenzoni
27/08/2008