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L'intervento di LUCA VOLONTÈ *

Marinetti «guerrafondaio» non va celebrato

È vero che in questi giorni d'agosto è spirata aria di guerra. Eppure, non c'era da attendersi che diverse e autorevoli amministrazioni tornassero a cento anni fa, alla celebrazione del «futurismo» come movimento dell'innovazione dell'Italia del '900.

Sono stupito di tanta erronea coscienza di ciò che fu quel movimento, di una tal esaltazione del tecno-guerresco-erotismo, da manicomio, di un tal Marinetti. Avrei preferito il coraggio di rileggere l'evoluzione di quel tal Benito Mussolini e del suo "Diario di guerra" o la sua raccolta di scritti dal 15 novembre del 1914 al 23 marzo del 1919. Penso che sarebbe stata un'iniziativa culturale più utile a capire e in quale contesto si formò il tiranno italico.
Non solo a Roma si preferisce invece tentare d'esaltare l'ideologia e l'innovazione culturale del futurismo, l'esaltazione infinita del progresso e della guerra come levatrice della "sola igiene del mondo", come titola un libro di F.T. Marinetti. "Questa grande guerra sembra fatta per noi", scriveva il "grande" futurista nel 1904 sulla rivista Il Regno e, ancora, la "Battaglia di Tripoli", vissuta e cantata da Marinetti nel 1911-1912.
Certo una lettura di Marinetti e del futurismo italiano, non però come esaltazione ma come critica della follia del divenire, potrebbe ben essere un'occasione per una disamina della follia del progresso violento e salutare, della rincorsa verso la nuova umanità costruita grazie al sangue e alla carne immolata, in conflitti o nei laboratori d'oggi. Un'occasione che temiamo non sia però all'ordine del giorno di coloro che autorevolmente vogliono porre in atto iniziative culturali in non poche città italiane. Vogliamo parlare della demenziale composizione del Marinetti titolata "Alcova d'acciaio", uno scritto che riletto oggi appare a chiunque come un diario di una complessato sessuale che vede nell'obice uno strumento di penetrazione, nella guerra una grande festa ginnica, sociologica e politica? Il futurismo di Marinetti può trovare la sua celebrazione nella grande profezia sulle macchine da combattimento, sugli aerei senza pilota nelle linee nemiche, nella "guerra elettrica" o nella "società fabbrica". Ricordiammo solo alcuni passaggi del Manifesto futurista pubblicato su Le Figaro il 20 febbraio del 1909: "...Noi vogliamo esaltare la ribellione..il movimento aggressivo..lo schiaffo, il pugno...non v'è bellezza se non nella lotta...".
Il culto della velocità e della guerra non pare a me, visto il ritardo che le città e la nazione devono affrontare in un contesto d'ignavia europea, la via d'uscita. Se si vuol onorare la vittoria politica con la rivisitazione, si abbia il coraggio di sfidare la storia, s'esalti il Mussolini e le analogie del manifesto futurista con il programma del partito fascista: il Manifesto-Programma del partito politico futurista (settembre 1918) ha analogie con il Programma dei Fasci di combattimento (giugno 1919). Si può dunque celebrare il futurismo ma per farne un feroce critica.
* deputato dell'Udc

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14/08/2008










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