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Olimpiadi e guerra. Non ci viene risparmiato niente. L'incrociarsi elegante di lame delle nostre belle campionesse, e l'orrendo disperarsi di vittime inermi per una guerra di potere. Competizioni lo sono entrambe. Olimpiadi e guerra, guerra e olimpiadi.
È sempre così tra gli uomini. Tanto più la retorica olimpica è stata gonfiata a dismisura da un Paese come la Cina che ha parecchio da coprire, quantopiù cruda, feroce e diretta, verrebbe da dire senza arzigogoli, è divampata la guerra.
Feroce, dura come il volto dei suoi principali e degli occulti e forse più reali protagonisti. Ci è stato impedito di cullarci nella bella, colorata retorica olimpica. Per fortuna, aggiungo. Poiché la retorica, intesa come discorso vuoto, che mira solo a perpetuare se stesso quando non a coprire altri fini, è il male della ragione e della volontà.
La retorica olimpica, basata sul fatto che gli uomini possono creare una specie di paradiso in terra chiamato "nobile competizione sportiva", è comoda per tanti motivi: a un Paese come la Cina a stare in vetrina, a tanti uomini che vivono di sport a dar prova di sé, ad alimentare l'industria. Ma, pur servendo a tante cose utili, annuncia una cosa falsa. Gli uomini non possono creare un pezzo di paradiso in terra.
È sempre stato questo il sogno delle utopie peggiori. Come diceva Pascal: l'uomo che si vuol trasformare in angelo, molto spesso diventa fiera.
Accostamento tremendo quello tra olimpiadi e guerra che "serve" a non farci ingannare, a non pensare che il paradiso in terra dipenda dalla capacità organizzativa e politica degli uomini. Le olimpiadi, del resto, sono forse il meglio che sappiamo fare.
Ma esse devono convivere, e così suonare un poco false, con una guerra brutale -e con tante guerre che non hanno l'onore della cronaca. Credo che gli stessi atleti, gli organizzatori, i politici che erano a Pechino a salutare le loro nazionali in fondo lo sappiano. Insomma, sanno che le olimpiadi sono una bella "recita".
Ma che la realtà è un'altra. Se non lo pensassero, se davvero fossero convinti che il paradiso in terra è raggiungibile con la formula organizzativa giusta, si precipiterebbero tutti, sportivi politici giornalisti, da Pechino a Mosca, o a Tiblisi o all'Onu a protestare, insomma a fare casino. Per impedire che la guerra offuschi l'olimpiade, che la fiera offuschi l'angelo. Ma appunto, non lo pensano. E dunque da un lato giocano alla retorica olimpica e dall'altra fanno le guerre.
Significa che dobbiamo rassegnarci alla guerra ? Che è inevitabile ? Che sempre l'orrore farà sembrare illusorio, finto ogni tentativo di fare cose pacifiche tra diversi ? No, ma come ha detto anche il Papa, per vivere in pace tra popoli con diversi interessi e prospettive, occorre inchinarsi a una "eredità comune". Occorre insomma, che la coscienza di appartenere a qualcosa più grande di se stessi conti e pesi di più di ogni sogno di potere e di ogni convenienza. Occorre una forza "terza" che disarmi le forze di uno e dell'altro.
Davide Rondoni
13/08/2008