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La Primavera di Praga e l'impacciata replica a Bettiza

Se il semiologo Eco scivola sul nome della Cecoslovacchia

Nel quarantesimo anniversario dell'invasione sovietica della Cecoslovacchia, che aveva osato con Alexander Dubcek coniugare il comunismo con la democrazia, Enzo Bettiza ha impietosamente contrapposto nella sua "Primavera di Praga", pubblicata da Mondadori con il felice sottotitolo della "rivoluzione dimenticata", il falso e il vero 1968, inteso come l'anno della contestazione libertaria.


Il falso '68, ancora celebrato con enfasi spesso nostalgica, è quello combattuto dai giovani accecati dal marxismo e dal maoismo contro le democrazie occidentali, accusate di autoritarismo e sfruttamento delle classi deboli. Dalla violenza delle parole e dagli slogan immaginifici si finì poi per passare al terrorismo, lungamente ignorato dai maestri di quei giovani o rappresentato come un "presunto" brigatismo rosso, in realtà nerissimo. Dieci anni dopo ci volle un'eretica come Rossana Rossanda, già espulsa dal Pci con i suoi compagni del Manifesto, per indicare nel famoso "album di famiglia" dei comunisti i terroristi che, sterminatane la scorta per strada, si accingevano ad uccidere anche Aldo Moro in una fantomatica prigione del popolo.
Il vero '68, che Bettiza definisce "dimenticato" per la rapidità con la quale venne archiviato dalla cultura di sinistra, è quello di Praga. Dove nessuno dei contestatori impegnati contro i governi democratici di Parigi, di Roma, di Bonn pensò di accorrere, o solo di volgere lo sguardo, per soccorrere una incipiente libertà minacciata e infine soppressa il 20 agosto dal comunismo armato.
Ci furono intellettuali italiani di sinistra dall'apparente candore che si preoccuparono allora della sorte non di Dubcek e della sua svolta libertaria, ma del sistema sovietico, per quanto liberticida ed esportato con la forza nei paesi satelliti. Bettiza, presentando recentemente a Cortina il suo libro, ha impietosamente nominato uno di quegli intelletturali, con il quale l'allora inviato speciale del «Corriere della Sera», reduce dalla sua missione di servizio a Praga, ebbe occasione di confrontarsi in un albergo di Vienna: Umberto Eco. Il quale, pensando di smentirlo, nonostante la testimonianza resa a favore di Bettiza da Alberto Ronchey, presente a quel colloquio, ha finito per confermare. E per rivelarsi un semiologo inferiore alla sua fama, se la semiologia è la scienza che studia l'uso dei segni linguistici e di ogni altra forma di comunicazione. «Eravamo, più o meno, tutti per Dubcek», ha detto con aria penosamente rassicurante.
Più o meno, appunto. Lui era "meno", molto meno. Era evidentemente per Dubcek nella versione realizzata dai sovietici: quella di un compagno da mettere in riga con le cattive, arrestandolo e traducendolo a Mosca mentre i carri armati russi occupavano il suo Paese, visto che non era stato possibile farlo con le buone.

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10/08/2008










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