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I piccoli comuni italiani stanno sempre peggio. Il numero di quelli «disagiati», più poveri, con poche opportunità di lavoro e con scarsa popolazione, da alcuni anni continua a crescere e si prevede che entro il 2016 raddoppierà rispetto al 1996.
Ed entro questo ventennio 1650 comuni sono addirittura destinati a scomparire diventando delle vere e proprie «ghost town», città fantasma.
È il risultato allarmante del rapporto Confcommercio- Legambiente su «l'Italia del disagio insediativo 1996- 2016», realizzato su base regionale.
I dati parlano chiaro: se nel 1996 i comuni disagiati erano 2830, nel 2006 sono diventati a 3556 e si prevede che entro il 2016 aumentino fino a 4395.
È un fenomeno che non riguarda solo i piccoli centri, ma anche oltre la metà di quelli con meno di 10.000 abitanti. Questi ultimi costituiscono il 42,1% di tutti i comuni italiani e presentano una redditività media inferiore del 24% rispetto al territorio nazionale.
Quali sono i motivi del disagio?
Innanzitutto si tratta di un «disagio insediativo», dovuto a un forte calo delle nascite e all'aumento della popolazione anziana.
Ma non solo. Questi comuni sono anche i più poveri economicamente della Penisola e con una scarsa capacità di attirare turisti ma anche nuovi abitanti, nuove imprese e investimenti.
La maglia nera va al Molise con l'89,7% dei comuni disagiati. Al secondo posto della poco invidiabile classifica c'è la Basilicata (87,8%) seguita da Calabria (86,5%), Sicilia (77,2%) Sardegna (71,9%).
Stessa posizione per Abruzzo, Campania e Lazio con il 67% di comuni «disagiati». In quest'ultimo la forte competitività dell'intera area metropolitana di Roma ha penalizzato le altre aree regionali.
Cifre che non possono che scoraggiare il Bel Paese, conosciuto da centinaia di anni come «l'Italia dei comuni»: un insieme di realtà spesso di piccole dimensioni (8.101 comuni in tutto, in rapporto a una popolazione di 58,7 milioni), ma che costituiscono una grande risorsa strategica e una peculiarità che va preservata. Basta pensare che un terzo della popolazione complessiva italiana vive in comuni di piccola e piccolissima dimensione.
Anche l'ingegnere Carlo De Benedetti disse che «il segreto del miracolo italiano è stata la capacità di produrre all'ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. Bisognerebbe semplicemente ripartire da qui».
Già. Occorre ripartire proprio dai «campanili», dalle piccole realtà per rilanciare il Paese nella sua totalità. Ecco perché Confcommercio e Legambiente lanciano un appello congiunto: occorre intervenire per valorizzare i piccoli comuni più arretrati, affinchè ritornino a essere competitivi.
Il dato più rilevante nel confronto tra il 1996 e il 2006 è l'aumento non solo del numero, ma anche della dimensione media di queste realtà che ha comportato la crescita della soglia critica al di sotto della quale si può parlare di disagio insediativo.
La situazione è ancora peggiore nelle cosiddette «città fantasma», fenomeno che riguarda complessivamente un quinto dei comuni italiani, cioè un sesto della superficie territoriale.
Si tratta di realtà che faticano a raggiungere la soglia minima di «sopravvivenza» nelle diverse categorie demografiche, economiche, sociali e dei servizi, e che si aggiudicano il primato dei residenti over 65: se ne calcolano 560 mila, cioè il 20 % in più rispetto alla media nazionale.
Qui si registrano i dati più sconfortanti: basta pensare che vi lavora solo il 2,1% degli addetti commerciali, c'è il doppio di pensioni di invalidità, una forte carenza di presidi sanitari (con l'assenza di istituti di cura pubblici e privati) e anche del sistema scolastico.
E nella classifica dei comuni a rischio estinzione la maglia nera spetta ancora al Molise (dove se ne contano 122, l'89% della regione), seguito dalla Basilicata (115 comuni). Un'alta percentuale di rischio «ghost town» si registra anche in Calabria, Sardegna e Sicilia.
Maria Chiara Cugusi
07/08/2008