La sua forza odierna poggia considerevolmente sul fatto di essere alla guida di un Paese come l'Egitto, il solo della regione insieme all'Iran che vanta una storia millenaria e un'impronta indelebile nella storia dell'uomo.
A questo si aggiunge il suo curriculum. Nato nel 1928, quest'anno l'Egitto festeggia i suoi 80 anni, Mubarak compie una carriera militare di alto prestigio. Studia come ufficiale pilota nel suo Paese e poi si specializza in Unione Sovietica. È comandante delle Forze Aeree durante le guerre combattute contro Israele, nel 1967 e nel 1973. E subito dopo viene promosso Maresciallo dell'Aria. L'uniforme gli permette di acquisire anche una approfondita conoscenza del mondo dell'intelligence, strumento di potere di cui Mubarak è da sempre appassionato. A metà degli anni Settanta, però, la sua rotta si dirige verso il mondo politico. Nel 1975 è vice-Presidente dell'Egitto e dopo tre anni assume lo stesso incarico in seno al Partito Nazional-Democratico (Ndp).
Il 6 ottobre 1981, quando Sadat cade sotto i colpi di Khaled al-Islambuli, Mubarak è al fianco del presidente morente, ma si salva. La fortuna vuole che venga ferito solo a una mano. Immediatamente viene proclamato nuovo Capo dello Stato. È l'inizio del suo regno. Durante questi 27 lunghi anni, il rais sfuggirà ad altri sei attentati.
Mubarak diventa così il quarto Presidente dell'Egitto. Da allora sarà confermato alla leadership del Paese per altre quattro volte: nel 1987, nel 1993, nel 1999 e ancora tre anni fa, nel 2005. Una continuità al potere che, negli anni, non è rimasta immune dalle critiche e dal sospetto che Mubarak controllasse fin troppo accuratamente il proprio elettorato. Curioso il fatto che la competizione con il Presidente sia sempre stata più che ridotta. Ma è d'altro canto vero che, proprio nel febbraio 2005, Mubarak ha promulgato un emendamento costituzionale che permette ad altri partiti politici di concorrere alle elezioni.
Una scelta, questa, che gli ha confermato il consenso della popolazione. Secondo un rapporto del Pew Research Center, l'86% degli intervistati avrebbe espresso molta fiducia nei confronti delle attuali istituzioni. Un sintomo che indica come l'Egitto certo non possa dirsi una democrazia, ma che comunque sta percorrendo con velocità sostenuta il suo cammino per la modernizzazione politica.
In un certo senso, Mubarak si inquadra fra Nasser, il cui amore da parte della popolazione non si è mai spento a trent'anni dalla sua scomparsa, e Sadat, probabilmente una delle figure più bistrattate dal comun sentire egiziano. Sì, il "Faraone Mubarak" sta a metà strada fra questi due predecessori.
Equilibrio che egli stesso ha saputo tessere pazientemente, confermandosi come leader laico di un grande Paese islamico. Il presidente si è mostrato sempre lontano da qualsiasi espressione di radicalismo. Ambizioso, in politica estera, a confermare la rilevanza strategica dell'Egitto. Non solo perché Il Cairo controlla Suez. No, Mubarak ha sempre preteso di svolgere un ruolo da protagonista in aperta competizione con l'Arabia Saudita di fronte al mondo occidentale e anche con l'Iran, nel contesto del Medio Oriente. Non a caso l'Egitto inviò trentamila uomini in Kuwait, durante la Guerra del Golfo, a fianco della coalizione guidata dagli Usa, nel 1991. E altrettanto fece nei Balcani. In questo modo, Mubarak voleva suggellare la sua politica estera come eminentemente internazionale e non limitata all'area di appartenenza dell'Egitto. Oggi questa linea è garantita dalla co-presidenza che Mubarak ha assunto insieme a Sarkozy per Euromed.
Tutto questo non vuol dire che l'Egitto sia il migliore dei mondi possibili. Le difficoltà odierne del Cairo sono evidenti. Dalla presenza insidiosa della Fratellanza musulmana, in seno all'opinione pubblica, fino alle debolezze economiche di un Paese arabo che non ha petrolio. Il settore del turismo, certo, non può sfamare da solo una popolazione di oltre 81 milioni di persone, con un reddito medio di soli 6 dollari circa. Da qui la scelta di avviare un programma nucleare civile, grazie al contributo finanziario tedesco e francese. Un settore in cui l'Italia, presente in Egitto con l'ENEL, potrebbe intervenire. L'Egitto è il nostro primo partner commerciale in Africa. Elemento che non va sottovalutato.
Tuttavia Mubarak non è eterno. E il problema della sua successione non è secondario. Le voci di un passaggio di consegne con il figlio Jamal, per quanto nel rispetto di una tradizione tutta mediorientale - si veda il caso siriano - trovano più perplessità che conferme. Di conseguenza. È più probabile che il vero delfino del Rais del Cairo sia il generale Omar Suleyman, a capo del GIS il potente e onnipresente Servizio di Sicurezza. Il suo cursus honorum, infatti, è molto più simile a quello di Mubarak. Abile tessitore politico e con eccellenti rapporti con tutti i Servizi, e non solo, in Occidente. Fondamentale è stata poi la sua mediazione, tra Israele e Hamas, per giungere a una tregua nella crisi di Gaza. Tutte queste sono carte che Suleyman un giorno potrà esibire, se davvero potrà essere chiamato a proseguire la strada aperta da Mubarak per lo sviluppo dell'Egitto.
*Presidente Ce.S.I.
Centro Studi Internazionali
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24/07/2008