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La legge, del 1994, era nata su presupposti squisitamente sociali. Dare cioè la possibilità alle persone senza fissa dimora o a chi veniva sfrattato di prendere una residenza, requisito fondamentale per accedere ai servizi sociali, sanitari ed entrare nelle graduatorie comunali per avere un alloggio popolare.
Si diede così la possibilità alla fasce più disagiate della popolazione di ottenere un domicilio «fittizio», o «virtuale» a dir si voglia. Nasce allora «via della Casa Comunale» o, per facilitare ulteriormente i disagiati socio-economici, si autorizzarono le associazioni di volontariato a prestarsi al domicilio virtuale. Requisti fondamentali per ottenere la residenza fittizia e dunque l'iscrizione anagrafica e la carta d'identità sono ancora oggi: la presenza abituale della persona nel territorio comunale, la perdita di una precedente residenza in Italia, l'essere assistiti dai servizi sociali municipali o dalle associazioni e dalle organizzazioni di volontariato autorizzate (in tutto a Roma sono 15), nonché per i soli cittadini stranieri in possesso di un valido permesso di soggiorno. Nel 2007, poi, il requisito è stato esteso ai permessi di soggiorno di breve durata e introdotte norme più elastiche per i figli di discendenti italiani.
Una normativa nata su presupposti sani e civili, la quale però rischia di diventare un vero e proprio boomerang per il controllo del territorio e la sicurezza della Capitale. La Capitale, sì, perché tra le diverse anomalie della legge del 1994 c'è quella di non prevedere alcun controllo successivo. E questo vale soltanto per Roma. Meglio specificare. «Tale iscrizione - si legge nella circolare del 1994 in riferimento all'iscrizione anagrafica - facendo fede a quanto dichiarato dalle associazioni stesse, non necessita di ulteriore verifica da parte della polizia municipale, giacché l'indirizzo fornito non rappresenta la dimora effettiva dell'interessato, ma il suo recapito ai soli fini anagrafici».
Nessun controllo, insomma sulle persone alle quali il Comune di Roma dà residenza, documenti italiani e, in casi non isolati, addirittura la cittadinanza.
Per ottenere questo è sufficiente la dichiarazione di una delle associazioni o degli indirizzi «ideati» dal Comune, come «via Modesta Valenti». Questo comporta una perdita di controllo su migliaia di persone che potrebbero girare l'Italia o l'Europa in base a documenti del tutto fittizi.
L'allarme è partito dall'anagrafe capitolina che, inviando una relazione al capo di gabinetto del sindaco, sottolinea come «l'aumento dei flussi migratori nel territorio e la necessità per lo straniero di ottenere un attestato di residenza, presupposto necessario per legittimare la presenza sul territorio italiano, ha determinato una crescita esponenziale delle persone presenti presso i domicili virtuali, infatti, nel solo periodo che va dal 32-12-2006 al 20-5-2008, si sono registrate 3.787 iscrizioni».
Quasi quattromila nuovi residenti nella città di Roma, in soli 17 mesi, dei quali però nulla si sa. Nessuno è in grado di dire chi siano, dove si trovano e cosa facciano queste persone. E non ci sono strumenti giuridici per scoprilo.
Un dato allarmante, considerando che, dalla relazione di via Petroselli si afferma: «È del tutto evidente che le associazioni e le organizzazioni di Volontariato hanno effettuato una forzatura interpretativa delle disposizioni dell'Amministrazione comunale, estendendo di fatto la possibilità di iscrizione anagrafica "virtuale" a chiunque ne facesse richiesta, indipendentemente dal possesso o meno dei requisiti previsti».
Accuse gravissime che denunciano un vuoto legislativo che, in piena emergenza sicurezza, non può più essere trascurato.
Susanna Novelli
21/07/2008