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L'EDITORIALE

L'ipocrisia dei finti amici dei Rom

Hanno gridato allo scandalo. Sono state tirate fuori le vecchie foto segnaletiche delle persecuzioni razziali.

Si è cercato un sostegno dall'Europa per impedire quella che è stata disegnata come una iniziativa razzista. Stiamo parlando delle impronte digitali che dovrebbero servire al censimento dei nomadi. Comprendiamo il sincero imbarazzo di tante persone impegnate nel sociale. Ma ci convince molto meno la campagna di quanti prendono a pretesto la questione soltanto per aggiungere un elemento nella campagna contro il governo Berlusconi.

Sfruttano l'emozione per la lotta politica, ma di quei bambini non si sono mai occupati e mai si occuperanno. Perché altrimenti dovrebbero scandalizzarsi nel vederli agli angoli delle strade per ore in estate e in inverno a chiedere soldi. Costretti, forse anche picchiati. Sicuramente condannati a una vita già segnata. Prima l'elemosina, poi i furti e, da adulti, sfruttatori di altri bambini. Sempre che nel percorso non capitino incidenti come il passare da una famiglia a un'altra, o sparire.

A Roma basta camminare nel lungo corridoio della metropolitana da Villa Borghese a piazza di Spagna per vedere dei piccoli, costretti per ore, con voce sempre più stanca, a improvvisare canzoni mandate a memoria. Ma questa condanna non scandalizza nessuno? Coniugare la sicurezza con un impegno solidale è possibile, se serve anche attraverso un censimento dei nomadi e le impronte digitali. Lasciare lo status quo è solo ipocrisia.

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Giuseppe Sanzotta

11/07/2008










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