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Si incontrano una volta a settimana presso il centro ...

Si incontrano una volta a settimana presso il centro ACMID-Donna onlus. Sono donne marocchine e non solo che vivono in Italia da qualche anno. Dove i soprusi continuano. Storie diverse, ma accomunate da un passato di violenza e mortificazione, subite in silenzio, per la vergogna o per la paura di vendetta.

Fino a che, grazie a questa associazione, hanno trovato la forza di parlare. E di voltare pagina. Queste sono solo alcune delle testimonianze.
KARIMA,50 anni
«Mi sono sposata in Marocco. Poco dopo, mio marito, anche lui marocchino, è andato a lavorare in Italia. Per 7 anni non ci siamo visti. Gli chiedevo di venire a trovarmi in Marocco, ma lui trovava scuse. Poi, quando l'ho raggiunto in Italia, ho scoperto che, nel frattempo si era risposato con un'altra marocchina più giovane di me, e che avevano avuto due bambini. Per mesi abbiamo dormito nelle stessa camera: io per terra, loro sul letto. Trascorrevo la giornata chiusa in casa a badare ai loro figli. Non potevo uscire, nè parlare con nessuno. Se osavo lamentarmi, mio marito mi picchiava. Una sera mi ha picchiato così forte, che i nostri vicini hanno chiamato i carabinieri.
Grazie a loro ho saputo di questo centro. Grazie a Souad ho trovato lavoro. Ho cancellato il passato e ho riniziato a vivere».
SAMIRA, 40 anni
«Sono arrivata in Italia, nell'87, in vacanza. Qui ho conosciuto mio marito, egiziano, già in Italia da due anni. Ci siamo sposati subito. Dopo 2 anni di matrimonio e la nascita dei nostri primi due figli, ha iniziato a picchiarmi, per ogni minima banalità. Doveva avere sempre ragione lui. E' un atteggiamento maschilista, che non ha niente a che vedere con l'Islam e con il Corano, rispettoso della donna. Nel '92 sono andata in Egitto, perchè lui voleva che stessi con i suoi familiari. Grazie a un'amica scoprii che lui frequentava altre donne. Tornai in Italia e lo perdonai. Nel 2000, quando ero di nuovo in Egitto, si è risposato con una marocchina. Lo scoprii quando tornai in Italia. Per un pò abbiamo vissuto tutti insieme. Poi, mi sono ribellata; mi ha lasciato, per due mesi, senza un soldo. Dopo è tornato, ma solo per mettere a tacere le critiche. Nel frattempo sono nati i nostri due figli minori. Continuava a picchiarmi. Poi, mi hanno ricoverato per esaurimento. Tremavo, avevo attacchi di panico. Una volta dimessa, mi sono resa conto che dovevo andare avanti, reagire, se non per me, almeno per i miei figli. Ho ripreso in mano la mia vita, grazie al centro ho trovato un lavoro, e ho denunciato mio marito. Per punirmi, lui è scappato in Egitto, con i miei figli più piccoli. Non li vedo dal 2006. Mi sono rivolta all'Interpool, al Tribunale dei Minori, ma nessuna risposta. Forse perché sono straniera. Ora vorrei rivolgermi al Tribunale dei Diritti Umani. Ma intanto continuo ad aspettare»
AISHA, 30 anni
«Quando ho conosciuto mio marito, non sapevo che fosse già sposato in Egitto. Dopo un anno di matrimonio è nato Kassam. Poi, mio marito è partito in Egitto ed è tornato con il suo primogenito di 20 anni. Una sera, tornando a casa, vidi mio figlio, di appena 2 anni, con delle ferite in tutto il corpo. Non riusciva a camminare. Il figlio di mio marito abusava di lui. L'ho denunciato, ma mio marito continua a proteggerlo; e a minacciarmi. E nel frattempo è andato a vivere con la prima moglie, venuta dall'Egitto».
NAIMA, marocchina di 24 anni, porta sul corpo i segni della violenza sconsiderata del marito. Madre di due bambini, è stata bruciata dal marito con l'olio bollente, perché questi, al rientro dal lavoro, non aveva trovato la cena riscaldata. Ma purtroppo, a volte, l'epilogo di queste storie è anche più tragico.
Tante le donne che sono state uccise, dal marito o dai familiari, per gelosia, come punizione per aver adottato un modello di vita «troppo occidentale», desiderio di emancipazione. Come HALIMA, avvelenata dai familiari, a soli 15 anni, perché si ostinava a frequentare un amico occidentale. Come MALIKA, investita dal marito, perché andava dal parrucchiere; o come FATIMA, sgozzata dal marito, davanti alla figlia, perché aveva osato ribellarsi alle violenze e rifugiarsi in casa del fratello. Un gesto folle, seguito dalle agghiaccianti parole pronunciate davanti alla piccola, terrorizzata, Sahara «guarda che fine ha fatto tua madre. Che questo ti possa servire da lezione quando sarai grande».
Testimonianze raccolte
da Maria Chiara Cugusi

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06/07/2008










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