Ma i cartelli sono strumenti del demonio? La risposta non è ovvia. Se ne discuterà in un convegno organizzato dall'Istituto Bruno Leoni, a Roma, domani. Nell'occasione verrà presentato il libro "Cartello a perdere", a cura di Alberto Mingardi, che analizza la sentenza contro le imprese assicuratrici. Il problema riguarda sia il merito che il metodo. Nel metodo, le ricostruzioni antitrust si basano su prove indiziarie, mai probatorie. Non solo è difficile dimostrare l'esistenza di un cartello, ma è impossibile rintracciare un danno ai consumatori. Quindi, la politica della concorrenza si riduce all'elaborazione di teoremi che non possono essere provati.
Questo conduce alla questione di merito: non è detto che un cartello, oltre a non essere nocivo per i consumatori, non possa essere positivo. Un cartello risponde a un'esigenza economica chiara: conseguire economie di scala (cioè risparmi, che in parte si riverseranno sui prezzi) senza fusione. Quindi, l'esistenza di un cartello può essere la condizione necessaria per mantenere una pluralità di soggetti sul mercato, e ridurre la concentrazione. Questo è vero nei casi - come benzina o polizze Rc auto - in cui il "cartello" si sostanzia nel mero scambio d'informazioni. In questi episodi, i tecnici dell'antitrust si sono concentrati sull'esistenza di flussi informativi su dati pubblici, i quali talvolta dovevano essere diffusi per legge. L'intervento contro i «cartelli» ha avuto effetti minimi sul mercato ed è stato uno strumento populista quanto inefficace. Il problema non sono i cartelli, ma il buon funzionamento del mercato, spesso intralciato da cattive leggi.
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01/07/2008