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Maurizio Piccirilli
m.piccirilli@iltempo.it
I capelli coperti dal velo. L'uniforme bianca con la croce rossa sul petto. Le infermiere volontarie compiono cent'anni. In questo secolo di vita hanno amato, confortato, lavorato e salvato. Proprio come recita il loro motto.

Icone della solidarietà e del soccorso così come le ha descritte Hemingway sono donne reali: dedite alla loro missione, ma con vite, professioni e passioni diverse. Il Corpo delle Infermiere Volontarie, conosciute anche con il nome di «sorelle» così per cancellare ogni differenza di casta o livello sociale, prestano la loro opera presso gli ospedali militari e civili, nei poliambulatori delle caserme, nelle operazioni di peacekeeping. Sono in Afghanistan, in Bosnia, Kosovo. Hanno prestato aiuto nello Sri Lanka durante l'emergenza tsunami. Ma lavorano tutti i giorni in Italia nei campi rom della Capitale, in aiuto dei ciechi insegnando loro tecniche di primo soccorso. Le crocerossine sono nelle fabbriche a spiegare le regole della sicurezza sul lavoro in questi anni di stragi tra operai e carpentieri. Le sorelle in uniforme bianca, qualche volta azzurra e senza velo, sono nelle nostre strade nella missione «Sasfd», in servizio assistenza per i senza fissa dimora. Un lavoro svolto in collaborazione con il Comune di Roma. Ecco le crocerossine, lontane dagli archetipi di un'attività un po' snob di signorine di sangue blu, lavorano sodo in mezzo al dolore e alla sofferenza di persone che spesso vivono disagi sociali gravi.
Il Corpo delle infermiere volontarie di Croce Rossa è nato nel 1908 per volere della Regina Margherita di Savoia e da allora sono state sempre in prima linea: sui fronti della prima guerra mondiale, in quello dell'Africa orientale, durante la seconda guerra mondiale. Hanno portato il loro impegno e la loro professionalità in Corea negli anni cinquanta: prima missione all'estero di un contingente italiano dopo la guerra. E ancora, nelle emergenze dei terremoti e alluvioni negli anni sessanta. Alle Olimpiadi di Roma. Ai giorni nostri le crocerossine sono nuovamente tornate al fronte in Bosnia, in Iraq a Kabul. Loro erano a Nassiriya quando la base Maestrale è stata attaccata. Loro hanno aiutato i parenti di quei militari a superare lo sconforto e il dolore. Così mercoledì prossimo a Roma a festeggiare le crocerossine ci saranno anche le vedove e i familiari dei caduti a Nassiriya.
Ma cosa vuol dire essere crocerossina oggi quando ad attirare le ragazze sono mestieri da veline e comparse nei Grandi Fratelli televisivi?. «Non c'è crisi di vocazione», spiegano le sorelle. Legate a una forte tradizione e portatrici di ideali come umanità, solidarietà, imparzialità e soprattutto spirito di sacrificio, si presentano ai Comitati provinciali ragazze appena diplomate o signore che vogliono mettersi in gioco al servizio degli altri. Dai 18 ai 45 anni le porte sono sempre aperte. Non in un'onlus qualsiasi ma in Croce Rossa dove la divisa è la bandiera che significa indipendenza e neutralità. Così una volta presentata la domanda, accompagnata da almeno due lettere di presentazione, «Unico strappo a una consuetudine di altri tempi», spiega sorella Francesca Arru addetta alle relazioni con la stampa, un marito e un lavoro di restauratrice che svolge tra un impegno tra i malati nelle corsie di un'ospedale italiano o in una tenda da campo in qualche lontana missione internazionale.
Le aspiranti crocerossine, scelte in base alla «buona e robusta costituzione» e alle «motivazioni ideali» seguono poi un corso di due anni di tecniche di medicina, affrontano gli esami e poi dovranno cimentarsi in un altro corso annuale di specializzazione. Dopodichè sono a tutti gli effetti Infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana. Così apprezzate da meritarsi anche la medaglia Florence Nightingale, ambito riconoscimento conferito dalla Croce Rossa internazionale. Medaglie anche dallo Stato italiano che ha conferito riconoscimenti al merito a numerose infermiere volontarie. Tra loro anche Antonietta Setti Carraro, la moglie del generale Dalla Chiesa uccisa con il marito in un agguato di mafia. Una volta diplomate le crocerossine entrano in servizio attivo con una media di 30 attività al mese con un minimo di 4 ore al giorno. Una scelta per la vita, così alcune optano per entare nella «riserva» e altre invece sono in «emergenza» pronte a operare quando viene richiesto. Spirito di sacrifico e amore per il prossimo, un po' anche il fascino per una divisa blasonata, e le crocerossine si guadagnano il rispetto e la stima di tutti. Negli ospedali militari e in quelli civili. Nei 198 centri trasfusionali dove operano 400 infermieri volontarie. Le crocerrosine assicurano oltre 320 mila ore di assistenza nelle strutture ospedaliere. È così da cento anni e loro, le crocerossine, ora con una divisa più comoda non hanno intenzione di fermarsi.

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21/06/2008










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