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Imparare finalmente dalla lezione irlandese

Messi di fronte al nuovo smacco subito dal processo costituente dell'Ue, con l'esito negativo del referendum irlandese, gli European Studies rischiano di diventare una branca della filosofia teoretica [...]

  Irlanda al voto [...] non più della scienza politica. Tanto astratto appare ormai il concetto di unità politica del continente europeo. Sull'evento è stato detto di tutto, dai rispettivi punti di vista. Tuttavia, alcuni argomenti a difesa dello status quo risultano palesemente viziati da un eccesso di zelo europeista: fortemente radicato fra le élites politiche e culturali del nostro paese. Gli argomenti sono essenzialmente tre. Che un milione circa di elettori sono ininfluenti rispetto al mezzo miliardo di "cittadini" europei.

Che bisogna andare avanti comunque con l'approvazione del trattato di Lisbona, mettendo nel conto l'eventuale opzione exit dell'Irlanda ovvero un'Europa a geometria o "velocità" variabili. Che, infine, queste materie devono essere sottratte agli strumenti della democrazia diretta e rimesse alla competenza esclusiva dei parlamenti nazionali (come prescrive, per i trattati internazionali, la costituzione italiana).


Da una parte si invoca la cessazione degli egoismi nazionali, delle piccole patrie, in nome di una casa comune finora costruita e abitata dai ceti tecnocratici di Bruxelles. Dall'altra si respinge qualsiasi tentativo di rendere protagonisti della vita e delle scelte politiche della Comunità i semplici cittadini dell'ipotetico super-stato: che cittadini non possono considerarsi in senso democratico, essendo la loro sovranità limitata ai confini degli stati nazionali. Piuttosto sudditi dell'Ue, soggetti passivi di politiche concepite nei "sancta sanctorum" delle istituzioni comunitarie. È tutto qui - e scusate se è poco - il deficit di democrazia di cui soffre il progetto di unificazione europea.


Avvolta dalla spirale di queste contraddizioni, la tronfia retorica europeista non trova niente di meglio che bollare come "ingrati" gli irlandesi, destinatari di buone sovvenzioni da parte dell'Ue a sostegno dei loro piani di sviluppo economico, e che adesso ripagano i loro benefattori con la solenne bocciatura del trattato di Lisbona: una versione edulcorata del testo costituzionale uscito dal trattato di Nizza, e già respinto nel 2005 dalle pronunce referendarie di Francia e Olanda. Tutti ingrati o ignoranti?


Ora, come allora, gli eurocrati hanno già pronte una serie di misure alternative ovvero un vero e proprio repertorio collaudato di escamotage che consentono di superare ogni possibile battuta d'arresto: prima fra tutte una nuova versione del trattato con lo spostamento di qualche virgola e l'introduzione di qualche formula ambigua, così da rendere possibile la ripetizione del referendum in Irlanda (come avvenne già, nel 2001).
Eppure, la soluzione più corretta sul piano democratico sarebbe quella di chiamare a decidere con un referendum "globale" tutti gli elettori dell'Unione. Specialmente quando sono in gioco le politiche costituenti: quelle che fissano i patti fondamentali di cittadinanza.
 

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Raffaele De Mucci

20/06/2008










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