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il voto di dublino

Un killer piccolo piccolo per la grande Europa

Esattamente come nel 2005, quando gli elettori francesi e olandesi bocciarono il progetto di Costituzione europea, un voto popolare ha affossato anche quel Trattato di Lisbona che i 27 governi dell'Unione avevano elaborato per sostituirla.

Stavolta la parte del killer è toccata agli irlandesi, che rappresentano meno dell'1 per cento della popolazione della Ue e più di tutti gli altri popoli ne hanno tratto beneficio. La partecipazione al voto è stata di poco superiore al 50%, il no è piuttosto lo specchio di un generico malessere e di molti pregiudizi che di insoddisfazione per un Trattato che comunque non contiene elementi particolarmente negativi per l'Isola di smeraldo. Ma tant'è, le conseguenze sono egualmente devastanti. Dal momento che, per entrare in vigore il prossimo 1 gennaio, il Trattato aveva bisogno della ratifica di tutti i Paesi membri, esso deve essere considerato se non decaduto, almeno congelato e, per chissà quanto tempo ancora, l'Ue dovrà continuare a funzionare secondo le regole del vecchio e ormai inadeguato Trattato di Nizza: quindi niente personalità giuridica, niente presidente del Consiglio eletto per due anni e mezzo, niente Alto rappresentante per la politica estera, niente voto a maggioranza allargato a nuove materie, niente Commissione più agile che rifletta gli orientamenti del Parlamento di Strasburgo. "Avevamo revisionato la macchina - ha commentato un desolato deputato europeo - Gli irlandesi ci hanno bucato tutte quattro le gomme".
In teoria, il Trattato potrebbe essere ancora recuperato se, dopo avere ottenuto alcune deroghe, Dublino lo sottoponesse a un nuovo referendum in autunno. È già accaduto per il Trattato di Nizza, ma stavolta è più difficile. Anzitutto, i tempi sono strettissimi; secondariamente, gli umori degli irlandesi non lasciano molte speranze; infine il "no" dell'unico Paese che ha sottoposto Lisbona a referendum potrebbe indurre i nove Paesi che ancora non hanno proceduto alla ratifica parlamentare (in particolare, l'euroscettica Gran Bretagna) a una pausa di riflessione.
Mentre Francia e Germania si apprestano a una qualche forma di rilancio comune, mentre il presidente della Commissione Barroso invita a proseguire comunque con le ratifiche, c'è anche chi non nasconde la propria soddisfazione per quella che considera una vittoria della democrazia. Alcuni ritenevano inopportuno riproporre così presto, e senza modifiche sostanziali, il contenuto della Costituzione bocciata, altri - come la Lega in Italia - sono convinti che, se ne avessero avuta l'opportunità, anche altri popoli avrebbero votato "no".
L'argomentazione, tuttavia, fa acqua. Che piaccia o non piaccia, l'Unione Europea esiste, e bisogna cercare di farla funzionare. Dopo il passaggio da 15 a 27 membri, le regole vanno cambiate e due fallimenti di seguito possono risultare esiziali, facendo perdere fiducia anche a chi nell'Europa crede davvero. Comunque, andiamo incontro a un periodo di grande confusione.

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Livio Caputo

14/06/2008










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