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La questione vera non è se le intercettazioni nell'ambito di ...

La questione vera non è se le intercettazioni nell'ambito di inchieste giudiziarie siano uno strumento legittimo e utile ai fini delle indagini. Questo è un dato scontato: la criminalità organizzata, il terrorismo nazionale e internazionale, comportano necessariamente un controllo capillare delle relazioni tra delinquenti e terroristi, delle complicità, dei vari livelli di coinvolgimento.

Il problema è un altro: è legato alla bassa moralità di molti di noi giornalisti e di alcuni tra gli investigatori, che utilizzano certe intercettazioni per infangare le persone che non sono coinvolte direttamente nelle indagini e hanno avuto solo la sfortuna di intrattenere una comunicazione, magari superficiale e sbocconcellata come può esserlo una telefonata. Per questo comportamento non dovrebbe essere necessaria una legge dello Stato. Un magistrato sa di non dover far trapelare fatti che non sono attinenti all'inchiesta che conduce. Lo sa anche l'investigatore della Polizia o di altra arma. E lo sa bene anche il giornalista, che deve avere un'etica sua e di categoria che gli pone quei limiti che non sono censori ma di buon gusto e buon senso. Che un governo, con tutte le cose serie e importanti che riguardano lo stato di grave crisi della Giustizia, debba introdurre il divieto assoluto di intercettazioni telefoniche (escluse ovviamente quelle per reati di mafia e terrorismo), con tanto di pena di cinque anni per chi le dispone e chi le pubblica, rappresenta a mio parere una sconfitta di cui la nostra categoria dovrebbe un po' vergognarsi.

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08/06/2008










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Invasione di campo

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