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Andreotti e il film di Servillo

Un po' divo, un po' Sfinge nella valle dei Faraoni

Chissà se, ben oltre i biascicamenti di dissenso a mezza bocca riportati dai giornali, l'indole cinefila più profonda di Giulio Andreotti gli avrà fatto apprezzare la bella prova d'attore di Toni Servillo nel «Divo», il film che lo celebra.

Servillo nei panni di Andreotti Lo celebra, in verità, come si può celebrare la Sfinge nella valle dei faraoni: l'incarnazione dell'enigma di una lontana Prima Repubblica, così plumbea e malevola, così irrevocabilmente malata, da rappresentare il simbolo di tutte le sentine di quest'Italia che oggi sì, fortunatamente, è giunta ad approdi di democrazia scintillante, berlusconiana ed anche un po' bipartigiana!
Ma il film si presta a due registri di lettura: il primo, realista, vorremmo scartarlo senza troppi riguardi: è, appunto, la strizzata d'occhi alla vulgata dell'Andreotti autore di tutti i misfatti d'Italia riassunti nella carrellata iniziale dei morti ammazzati (mischiati senza troppo criterio in una successione di sequenze che vogliono suggerire, senza particolari cautele, l'implicazione dell'Imperturbabile), delle 'liasons dangerouse' con ogni sorta di ceffo (da Totò Riina, a Licio Gelli), del sublime cinismo del potere e della sua continuità elevato a filosofia di vita.
Insomma, l'Andreotti degli aforismi celebri, dei teoremi celebri di Eugenio Scalfari, dei processi celebri. A questa chiave, già vista mille volte, vorremmo preferire quella tutta cinematografica e quasi espressionista di un film che racconta il potere attraverso una maschera.
Vedere la sagoma ingobbita e immensa che si muove velocemente nelle stanze avvolte da pesanti broccati e bagnate da fiochissimi lampi di luce fa pensare al Nosferatu di Murnau o al decadente Casanova di Fellini: stessa irrimediabile tristezza, stessa ineluttabile solitudine. Per Andreotti-Nosferatu neanche la religione, neanche la famiglia sono un lenimento: il potere è un destino e una dannazione, come l'eternità per il protagonista di Murnau o l'atto sessuale compulsivo per il Casanova. Al più famiglia e religione sono un dovere cui occorre prestare una parte di sé. Il potere è al di sopra del bene e del male: non c'è criterio morale, non c'è umana compassione nel suo esercizio. Il potere trasfigura ogni rapporto: gli amici (Evangelisti-Flavio Bucci, immenso, Pomicino, Ciarrapico, Sbardella) sono occasionali compagni di viaggio nel faticoso dovere del governo. La gente, il piccolo popolo dei questuanti che affollano il suo studio, solo 'clientes' da blandire con una banconota, un balocco ai bambini, un buffetto sulla faccia. Non c'è posto per l'amore nel Potere Perfetto: se una donna affascinante attraversa la vita (una splendida Fanny Ardant) è solo per un attimo. Meglio si addice la devozione tranquilla di una moglie (grande Buonaiuto) e di una segretaria (grandissima Degli Esposti).
Eh sì, il potere è una condanna irrimediabile. Solo che logora ancora di più chi non ce l'ha!
* Deputato Idv

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Pino Pisicchio, Deputato Idv

06/06/2008

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