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raid al pigneto

"E' colpa mia ma non sono razzista"

L'uomo del «raid nazi-fascista» al Pigneto, l'uomo dai capelli bianchi e il Che tatuato sul braccio ha un nome.
Si è presentato alle 12 di ieri mattina alla Digos con lo stesso marsupio che indossava durante la rissa, e con una felpa bianca della nazionale italiana di calcio.

Dario Chianelli, il presunto aggressore del Pigneto Si è presentato alle 12 di ieri mattina alla Digos con lo stesso marsupio che indossava durante la rissa, e con una felpa bianca della nazionale italiana di calcio. L'uomo del «raid nazi-fascista» al Pigneto, l'uomo dai capelli bianchi e il Che tatuato sul braccio ha un nome.
Si è presentato alle 12 di ieri mattina alla Digos con lo stesso marsupio che indossava durante la rissa, e con una felpa bianca della nazionale italiana di calcio. Si chiama Dario Chianelli, ha precedenti penali, ha due figlie piccole e ieri ha confessato: «Sono stato io. Ma la politica non c'entra niente. L'ho fatto per tutto lo schifo che c'è al Pigneto». E ora è ufficialmente indagato in stato di libertà.
Le ipotesi di reato, che dovrebbero essere confermate questa mattina dal pubblico Ministero Antonello Racanelli, titolare dell'indagine, sarebbero violenza privata e danneggiamento aggravato. Gli inquirenti, che hanno ascoltato il 48enne, avrebbero anche identificato un altro membro del gruppo che sabato scorso ha preso d'assalto i tre negosi gestiti da immigrati.
«Con i quali (gli aggressori) - ha tenuto a precisare Chianelli all'uscita dell'interrogatorio durato due ore - io non ho niente a che fare. Non li conosco. L'ho fatto per motivi personali, e la polizia l'ha capito. Ero andato in quel locale per recuperare il portafogli di una donna che era stata scippata - secondo indiscrezioni la sua ex-moglie - Ho chiesto solo una cortesia per poter ritrovare i documenti contenuti nel portafogli rubato. Dopo due giorni mi sono ripresentato al negozio e ho urlato che sarei ritornato nel pomeriggio alle 17. Forse qualcuno mi ha sentito. Il Pigneto è un quartiere piccolo, tutti mi conoscono. I ragazzi che sono arrivati dopo sono venuti da soli, hanno preso la decisione perché il quartiere non ce la fa più. Avevano i volti coperti e non li ho riconosciuti. Penso che siano della zona ma saranno le indagini a chiarirlo». «Del resto - continua Chianelli - basta chiedere al Commissariato Porta Maggiore quante denunce arrivano per furti e scippi nel quartiere».
E alle domande sulla sua «fede» politica, Chianelli, con quel tatuaggio di Guevara vecchio di dieci anni sull'avambraccio, ha risposto senza mezzi termini: «La politica leviamola di mezzo. Non mi ha mai interessato. Quello che è accaduto dopo (leggasi manifestazione nel quartiere) è tutta una cazzata organizzata dai centri sociali e da Pifano (leader di Autonomia romana, esponente del collettivo Policlinico e del Circolo dei Volsci), che hanno voluto fare un corteo senza sapere quello che era accaduto veramente».
«A tutti i ragazzi - ha continuato Chianelli - voglio dire che il mio gesto non deve essere imitato, nessuno deve prendere esempio da questi fatti. Alla fine ho sempre sbagliato, questo è sicuro, ma non mi sento pentito per quello che ho fatto».
E ieri pomeriggio, al suo rientro al Pigneto, ad aspettarlo c'era tutto il quartiere, quel quartiere che dal primo momento sapeva la verità, che ha taciuto sull'identità di Dario Chianelli, ma che ha subito preso le distanze dall'ipotesi dell'aggressione «nazi-fasci-razzista». I residenti, già durante la manifestazione di lunedì, lo avevano detto chiaramente: «Ma quali fascisti, quali svastiche, quali teste rasate. E non c'entra neanche il razzismo».
Che non si trattava di razzismo lo dimostrano anche gli abbracci che hanno riservato a Dario alcuni ragazzi senegalesi. Perché nel piccolo borgo dei ferrovieri a due passi dal centro storico della capitale, la convivenza tra italiani e immigrati è pacifica. L'episodio di sabato, a sentire gli abitanti del Pigneto, è capitato perché qualcuno ha tirato troppo la corda. Quel qualcuno è probabilmente Mustafà, il nord-africano a cui Chianelli si sarebbe rivolto venerdì, 48 prima dell'aggressione, per riavere il portafogli rubato. Mustafà che passa le giornate a bere birra proprio davanti al negozio di via Macerata, teatro dei fatti di sabato scorso. Quello stesso qualcuno, che forse, a forza di bere e strillare fino all'alba sotto le finestre dei residenti, si era inimicato chi nel quartiere amava far rispettare le regole della buona convivenza.
E mentre ieri il Pigneto festeggiava il ritorno del suo «illustre» residente, gli investigatori, in Questura, hanno continuato a sentire testimoni e sono arrivati all'identificazione di un altro aggressore, come Chianelli fotosegnalato nel 2004 per reati contro il patrimonio, e che come Chianelli avrebbe pendenze giudiziarie. Un caso, probabilmente, visto che Dario Chianelli, con quei ragazzi, dice di non avere niente a che fare.

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Matteo Vincenzoni

30/05/2008










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