Viene dato anzitutto il pretesto agli avversari per rappresentare il presidente del Consiglio come un opportunista, interessato a buoni rapporti con l'opposizione al solo o prevalente scopo di essere più facilmente eletto alla presidenza della Repubblica quando se ne presenterà l'occasione.
Segnalo a questo proposito la successione tra due recenti interviste. Venerdì scorso sono uscite sull'Espresso queste parole di Denis Verdini, il simpatico e tosto parlamentare toscano succeduto a Bondi come coordinatore di Forza Italia: «Dopo aver cambiato la politica italiana il Quirinale è il punto d'arrivo naturale di Berlusconi...Il conflitto d'interessi non interessa più a nessuno, neanche a chi non ha votato il cavaliere...Credo che il Quirinale anche nella funzione non esecutiva ma di rappresentanza sia l'ovvia evoluzione della sua epopea politica».
Il giorno dopo su Repubblica Massimo Cacciari, che pure non può essere considerato un estremista, ha avvertito «la chiara intenzione di Berlusconi di giocarsi la carta da statista nella prospettiva, per me irrealistica ma per lui no, dell'elezione al Quirinale». Ma già prima delle interviste di Verdini e di Cacciari, il portavoce di Veltroni aveva commentato le «voci» su una candidatura di Berlusconi alla presidenza della Repubblica escludendola tra le ipotesi accettabili dal Partito Democratico.
Vorrei infine raccomandare una cautela, diciamo così scaramantica, a chi coltiva la candidatura di Berlusconi al Quirinale, peraltro prenotando il voto non delle attuali ma delle Camere che saranno elette nel 2013, alle quali spetterà il compito di provvedere alla successione a Napolitano. Del cui mandato sarebbe quanto meno inelegante prevedere una fine anticipata. Tutte le edizioni delle corse al Quirinale sono finite male per i candidati messi in pista con troppo anticipo, sorpassati da altri che erano o sembravano fuori gioco, spuntati all'ultimo momento.
Fanfani e Moro lo provarono sulla loro pelle. Ma ne sanno qualcosa anche Forlani e Andreotti: il primo, per quanto segretario del maggiore partito, o forse proprio per questo, rassegnatosi nel 1992 a rinunciare dopo appena due votazioni,e il secondo neppure arrivato alla formalizzazione della candidatura, per quanto presidente del Consiglio allora in carica. Salì invece al colle Scalfaro, peraltro fresco di elezione alla presidenza della Camera, dove subentrò Napolitano.
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Francesco Damato
28/05/2008