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La carica degli imam fai-da-te
"L'Islam reale siamo noi"

«La Grande Moschea di Roma? È l'Islam virtuale, burocratico. Noi siamo l'Islam reale, di trincea, che cerca di aiutare il fratello in difficoltà». Si solleva una voce nuova sotto la Mezzaluna, insolitamente critica.

La Moschea di Roma È quella dei capi spirituali delle piccole comunità di musulmani immigrati in Italia, scelti dai fedeli non tanto per il loro curriculum di studi, quanto per la loro disponibilità a sacrificarsi per gli altri. Costoro non ci stanno a essere considerati volenterosi nel fare ma impreparati a sciorinare prediche (Khutba). Lo dice con forza uno di loro, il leader della moschea della Magliana, a Roma (oltre trecento fedeli il venerdì): è Sami Salim, 40 anni, egiziano, padre di tre figli, da 15 anni in italia, docente all'università popolare Upter, con alle spalle studi interrotti alla prestigiosa università egiziana di Al Ashar, fucina di dotti della religione islamica. «Gli imam fai-da-te - sostiene - sono i portatori dell'Islam reale, ben distinto da quello virtuale della Grande Moschea di Forte Antenne, dove anch'io sono stato capo spirituale ad interim. Lì c'è il castello: vai, preghi ed è finita. Ma quando la gente è in difficoltà viene da noi». Salim si dichiara consapevole del suo ruolo. «Ho il dovere di spiegare agli immigrati la società nella quale vivono - dice - di invitarli a convivere, integrarsi e comportarsi da cittadini onesti. Vado in carcere a dire ai musulmani di non vivere da criminali e nei campi nomadi, dagli zingari musulmani, in occasione di funerali (il corpo a terra va orientato verso la Mecca). Io lo faccio, gli imam "veri" non lo so».
Il primo a coniare il termine «imam fai-da-te» è stato il vicepresidente della Comunità religiosa islamica in Italia (Coreis), Yahya Pallavicini, membro della Consulta islamica del ministero dell'Interno: «Entrando in moschea - confessa - non sentivo parlare di fede ma di politica: così gli imam compensavano le loro mancanze dottrinali». A Roma i luoghi di preghiera finora censiti sono dodici: al Pigneto, Montespaccato, Marranella, Centocelle, Valle Aurelia, Prenestina, Laurentina e Magliana. I dotti usciti dalla prestigiosa università islamica, però, si trovano solo nella Grande Moschea e a Ostia. Sono dipendenti del governo del Cairo, stipendiati dai 3 mila ai 5 mila dollari al mese (dipende da formazione ed esperienza), per tre anni in servizio nella comunità locale, su invito del consiglio direttivo dell'associazione della moschea, la quale inoltre deve garantire all'ospite vitto e alloggio gratis. Un altro sapiente, Samir Khaldi, tunisino, è l'imam di Centocelle, anche se risiede a Latina.
Mohsen Arafa è un "fai-da-te" dalla volontà di ferro. È stato tra i soci fondatori della moschea di Ostia, poi nel 2006 ha aperto quella sulla Laurentina (200 frequentanti, tra i quali anche una donna, assistente sociale del Comune di Roma). Lui all'alba è già lì: recita la prima preghiera del giorno poi lavora per la sua società di pulizia e giardinaggio. «Noi parliamo alla comunità dei problemi che soffrono i nostri fratelli - racconta - del modo per sentirsi felici nelle difficoltà, di come non deviare e rispettare le leggi». Da pochi mesi nelle comunità gira un nuovo periodico, Famiglia Musulmana, 16 pagine, periodico per le comunità musulmane in Europa: è arrivato al terzo numero.
Oltre agli imam di Al Ashar, ai dotti di altre accademie e ai fai-da-te, nella Capitale e in altre grandi città c'è un'altra figura che si incolonna tra gli uomini di fede. Sono i tabligh eddawa, «i portatori del messaggio», i predicatori, i piccoli missionari come li chiamano. Cercano sbandati, drogati, li aiutano, li incoraggiano perché la smettano con quella vita e imbocchino la via della fede. Viaggiano in scooter, sul bus oppure a piedi. Indossano la veste tradizionale (jallabah), portano la barba lunga (segno di distacco dalla dimensione materiale) e i baffi appena accennati. Pregano quando devono e ovunque si trovino. Sono itineranti: possono stare sulla Casilina, a Roma, e poche ore dopo trovarsi a Londra o in altre parti d'Europa e del mondo. Sono considerati vere "star" dell'Islam. Si incontrano regolarmente per fare il punto sulla religiosità dei musulmani, come si fa nelle conferenze episcopali cattoliche. Organizzano summit cittadini, regionali, nazionali, internazionali e mondiali. La sede principale è in Pakistan. Di recente i predicatori si sono riuniti a Spoleto e in Olanda.
Nella Capitale sono circa una decina, del Nordafrica (Marocco e Tunisia) e del Bangladesh. «Siamo volontari, come i vostri preti - spiega Hamid Saydawi, 43 anni, responsabile del Centro islamico "Addawa", in via Posidonio, a Tor Pignattara - Siamo disponibili ad aiutare in nostri fratelli in ogni momento, in ogni ora del giorno e della notte. Come li trovo? Posso vederli mentro viaggio sul bus o sono in moto. I discorsi da fare sono due - sostiene Hamid - Uno di giustizia, pratico: viviamo ospiti in questo paese e dobbiamo essere rispettosi degli altri e delle loro regole. Poi - aggiunge - c'è un aspetto spirituale da considerare. Le persone in difficoltà sono indebolite dalla situazione nella quale si trovano. Quindi vanno rese forti, e solo la fede può farlo. Se non sei sereno non riesci a vedere il tuo futuro». Il «piccolo missionario» di Tor Pignattara è in Italia da quindici anni. È sposato, ha tre figlie e fa il venditore ambulante di libri in lingua araba davanti alla Grande Moschea. «Sono diventato un predicatore da quando sono qui - racconta - In Marocco ero un laureato in matematica, ex campione di nuoto, amante di motocross e atletica leggera, ma senza lavoro. In Italia ho avuto una grande chance». Il suo telefonino squilla in continuazione, lui risponde, invoca Allah e parla. «Dove c'è bisogno andiamo - precisa - Cerchiamo di unire le comunità, di portare la fede dove manca. Per esempio mi è capitato di andare a Genova, nel centro storico, definita zona calda per la presenza di immigrati arrabbiati». Di soddisfazioni Hamid ne ha avute tante, una delle più grandi - dice - è quella di aver visto uno sbandato diventare un imam e pronunciare sermoni. Chi vuole far politica non entra nella mia moschea - dice serio - Gli imam volontari non sono il massimo dell'Islam, ma rappresentano il meglio che possa esprimere la comunità della quale essi fanno parte. Per esempio, io non sono laurato in Sharia - continua - eppure il venerdì guido la preghiera. Per avere un imam preparato bisogna disporre dei soldi per pagarlo. E tra gli immigrati i problemi sono altri».

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Fabio Di Chio

28/05/2008










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