E
la soluzione per isolarli? Dargli una «fraccata di botte e
un calcio in culo». Perché, spiega la donna, «è vero che
quando ero bambina gli immigrati qui nel quartiere non
c'erano, ma è un fenomeno di questi tempi e va bene così».
Il razzismo, insomma, c'entra ben poco: «Non abbiamo mai
visto intolleranza in queste strade», chi ha compiuto il
raid agisce in questo modo «per ignoranza che si trasforma
in violenza».
Il video, con la trasparente saggezza
dell'anonima Mamma Roma, andrebbe recapitato a quanti —
snobbando il lavoro della polizia, che esclude ogni
connessione politica per l'episodio di sabato scorso —
continuano a battere sul tamburo dissonante dell'«agguato
razzista» e della Capitale colta da rigurgiti «xenofobi»
non verso i rom o i clandestini, ma contro gli immigrati
integrati nelle maglie profonde del tessuto cittadino.
Una speculazione politica che la sinistra sconfitta
(eper una volta significativamente riunita attorno al tema)
ha cavalcato aggirando la condanna senza appello
pronunciata anche ieri da Alemanno nei confronti dei
responsabili del fattaccio. Ma se il sindaco ha esortato
l'opposizione a non collegare i fatti del Pigneto (e il
pestaggio del disk-jockey gay) alla svolta elettorale,
ricordando il suo impegno a «far marciare insieme legalità
e solidarietà», i suoi avversari non hanno mancato di
addebitargli, con una lunare capriola dialettica, la piena
responsabilità dei fatti di cronaca.
A corto di
migliori ragioni, da sinistra è partito subito l'ordine di
pompare al massimo volume mediatico «l'attacco squadrista»,
e la «caccia all'immigrato» ordita direttamente dal
Campidoglio. Da due giorni il Tg3 sforna servizi nei quali
la ritorsione di un gruppo di esagitati contro un presunto
borseggiatore diventa l'inizio di una guerra civile.
«Ancora raid razzisti: dov'è la fermezza?», titola
"L'Unità" di ieri, sottolineando che "i nazifascisti" (mica
una banda locale) "restano liberi e indisturbati", neanche
fossimo in quel cupo Sudamerica in cui riparavano i
gerarchi del Fuhrer in fuga da Simon Wiesenthal. Rincarano
la dose "Liberazione" e il "manifesto", così come i blog
dei centri sociali, che sposano solo la tesi dei
picchiatori ideologicamente devoti alla svastica.
E
davanti ai microfoni compiacenti, nessuno dei leader in
difficoltà ha provato a esercitare l'arte del dubbio,
almeno investigativo. Dice Veltroni: «Quando scatta la
caccia all'immigrato o all'omosessuale è l'inizio della
barbarie». Va oltre D'Alema: «Si è parlato troppo di ronde
e di cittadini che si fanno giustizia da sè. È evidente che
ci sono dei gruppi ed è necessario che lo Stato risponda a
questi episodi di violenza neonazista». Incalza Claudio
Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Democratica:
«Sarebbe grave sottovalutare il raid violento del Pigneto o
derubricarlo ad un esempio di folklore fascista. Quei
pestaggi immotivati contro immigrati inermi raccontano di
un clima da "liberi tutti", che la stretta repressiva di
questo governo sta provocando». Neppure il neopresidente
della Provincia Zingaretti, che pure ha delle
responsabilità istituzionali, riesce a spegnere la miccia:
«C'è un clima di paura gonfiato ad arte». E l'ex ministro
rifondarolo Paolo Ferrero butta lì con nonchalance
l'equazione: «Se è stata delinquenza è squadrismo nero».
Così, mentre gli "Studenti antifascisti" occupano
simbolicamente con sagome rosse le fermate della
metropolitana (per far capire che "il fascismo uccide"),
nessuno prova a circoscrivere la devastazione di un negozio
del Pigneto per quello che è: un pur gravissimo episodio di
cronaca nera cittadina, e non il prologo di nuovi anni di
piombo. Con Alemanno preso nel mezzo, attaccato per il suo
neomoderatismo anche dagli ultrà della destra di Forza
Nuova, che non tollerano il suo tentativo di porsi come un
«sindaco di tutti», o quantomeno come un mediatore delle
diverse esigenze di una città meticciata da millenni, dove
tutti possono diventare «romani», a patto di rispettare le
regole.
Nei quartieri multietnici, dall'Esquilino allo
stesso Pigneto, non vi è certo più intolleranza che in
altre aree capitoline dove la microcriminalità tutta
italiana governa con protervia il territorio. In pochi
avrebbero motivi politici per assaltare il negozietto di
pashmine indiane o la botteguccia di cineserie: nè
l'immigrato regolare ha interesse a muoversi in azioni
fuori controllo. Secondo il rapporto della Caritas 2008,
gli stranieri residenti a Roma sono più di 250mila, pari al
7,4 della popolazione complessiva cittadina, con una
tendenza all'aumento. La sfida di Alemanno sarà — con ogni
evidenza — integrare e pacificare, senza rinunciare alla
fermezza. Il dovere degli avversari sarà non cedere alla
tentazione di soffiare sul fuoco di un odio spazzato via
dalla storia.
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27/05/2008