Un re duramente
colpito, forse disarcionato. Ma che sta ritrovando il gusto
della battaglia politica, dopo un paio di mesi trascorsi a
meditare e l'esclusione dal nuovo Parlamento. Clemente
Mastella non apprezza gli equilibri che paiono vincitori in
questo inizio di legislatura. E lo dice subito: «Certo era
meglio trovare una soluzione alternativa e andare a palazzo
Chigi con una formazione diversa».
Prego?
«Questa è
un'opposizione che non sembra un'opposizione. Il Pd evita
lo scontro, mi sembra un fenomeno chiaro nel nuovo schema
del dialogo. L'unico che fa opposizione ormai è Antonio Di
Pietro. A questo punto sarebbe stato più logico fare un
esecutivo di larghe intese».
Come giudica l'esordio del
governo?
«I primi passi di Berlusconi sono
intelligenti, di una tonalità diversa, sobria. L'elemento
di questa fase è la seduzione, tant'è vero che sta
seducendo anche molti segmenti dell'opposizione».
Se
chiude gli occhi, da che parte si sente di stare?
Mastella si muove sulla poltrona, quasi alla ricerca
della risposta. Ne viene fuori pescando al meglio nel
repertorio da democristiano di razza: «Io giudico dai
fatti. Debbo dire, per esempio, che valutando quello che è
stato deciso sulla vicenda napoletana c'è il rammarico per
non aver deciso noi quello che si poteva fare già in
passato. Sono meno d'accordo, invece, sul fatto che se una
popolazione protesta può finire in galera tutta quanta: è
un provvedimento da limare. Io andrei incontro alla gente
dando delle risposte».
La Campania è la sua regione.
Come si può dare una svolta all'attuale situazione, che è
evidentemente gravissima?
«La dobbiamo dare tutti in
termini di serietà e di corretta valutazione di fatti,
situazioni, tempi. L'ha capito Berlusconi che a differenza
di quei giapponesi che chiedono le dimissioni di Bassolino,
tratta con lui in quanto capisce che senza l'apporto
istituzionale locale non si può risolvere il problema.
Doveva seguire la linea di Bertolaso il nostro governo,
invece oggi il merito va agli altri».
Intanto il
sindaco di Napoli sembra mettersi di traverso.
«Perché
non sa mai che scelta fare. Questo è il peggior sindaco di
Napoli, non è all'altezza del compito. E a Napoli bisogna
stare attenti, perché se da sempre si dice che in questa
città ci sono la camorra e lo Stato, adesso sembra esserci
solo la camorra e non lo Stato. La gente, anche gli
intellettuali di sinistra, non ce la fa più a tal punto che
non fa distinzione tra rossi e bianchi: basta che qualcuno
risolve il problema».
Che Berlusconi è questo?
«Si
è dato un tono diverno. Nel 1994 e nel 2001 ha vinto il
campionato, adesso vuole vincere la Coppa dei Campioni e
quindi ha uno stile nuovo. È un po' come il suo Milan.
Quando giochi per il campionato gli altri tifano contro.
Quando invece giochi la Champions tutti tifano per te.
Bisogna vedere, ora, se reggono sul piano dei fatti».
Berlusconi ha come obiettivo il Quirinale?
«Sì, ed
è anche legittimo. Tutto sommato avremmo un giovane
presidente, vista l'età di diversi suoi predecessori. Ma
questo avverrà nella prossima legislatura. E questo
elemento è assolutamente determinante».
Chi sono i
ministri che faranno bene in questo governo?
«Questo è
un esecutivo legato a Berlusconi. C'è un fuoriclasse che è
il presidente del Consiglio. La squadra gioca per lui».
Che consigli darebbe all'on. Alfano, suo successore
nella scottante posizione di ministro della Giustizia?
«Be'... sono nella condizione di non dare consigli. Se
ne avessi li darei a me stesso. Però lui ha un vantaggio:
ha dietro un partito e una maggioranza consistente. Quindi
può agire con maggiore tranquillità».
Considera i suoi
problemi della passata legislatura dipendenti dal fatto che
era ministro della Giustizia?
«Sì. Io sono stato messo
sotto intercettazioni quando sono diventato ministro della
Giustizia. Una cosa incredibile che non si è mai verificata
prima. Ancora continuo a chiedermi, sperando che si
intervenga, se a Catanzaro erano giuste o meno le
intercettazioni fatte nei miei riguardi, sul mio
telefonino. Mi chiedo se fosse lecito che a Catanzaro mi
intercettassero quando io ero nella mia funzione
istituzionale».
Rifarebbe il ministro della Giustizia?
«La voglia di scommettere ci sarebbe comunque, ma fare
il ministro della Giustizia non credo. Io ero "nudo" e gli
altri no. Quando tu hai gli altri che possono metterti in
scacco, come è capitato a me a Catanzaro, quando poi il
giudice stabilisce che non andavo neppure indagato, è
inutile».
Cosa?
«Parliamoci chiaro. Io non credo
che metteranno mai mano alla separazione delle carriere. La
mia opinione è che oggi, tutti quelli che pensavano di
fregare me hanno determinato solo un risultato: hanno un
Berlusconi diverso».
Cosa non va nella giustizia
italiana?
«Non hai possibilità di competere. Se tu sei
messo sotto inchiesta per una cosa inesistente come ti
difendi? Si è stabilito con una sentenza che io a Catanzaro
non andavo neppure indagato. E se un ministro della
Giustizia può essere indagato quando non ci sono neppure
gli elementi per farlo, come fai a competere? Non c'è
partita».
Tutti i suoi predecessori hanno sofferto quel
ruolo. Siamo di fronte a un punto nevralgico nei rapporti
tra politica e magistratura...
«Se ci fosse la volontà
si risolverebbe il problema, specialmente oggi che
sussitono le condizioni politiche. Ma credo che stavolta
sarà Berlusconi a non voler risolvere la questione: non
farà la separazione delle carriere. Su questo la sinistra
dovrebbe riflettere».
Perché?
«Ogni qualvolta in
cui i magistrati sono protagonosti, chi vince è la parte
avversa. È un paradosso. Berlusconi vince due volte in
questo modo: nel 1994 con la fine del "regime"
democristiano; oggi con la fine della mia presenza. Tutte e
due le volte con l'aiuto dei magistrati. Berlusconi che
ritiene la magistratura il nemico, dovrebbe fare un
monumeto alla magistatura stessa. Chi dice che il Cavaliere
deve essere riconoscente a Mastella per la caduta di Prodi
non ha capito niente, perché deve essere riconoscente alla
magistratura».
Cosa ha determinato, politicamente, la
fine del governo?
«Il Partito democratico. Quando ci
sono state le primarie e Veltroni è diventato leader,
quella è la crisi. Il 14 ottobre, con le primarie, è morto
il governo. Anzi, negli ambienti promotori del Pd si
iniziava a ragionare così: "Prima va a casa Prodi meglio
è". Nei salotti romani già si discuteva del Pd, pensando
che potesse vincere o pareggiare col Cavaliere».
Questo
le consente di dire che il destino del governo era segnato
prima del passo indietro di Mastella?
«Io sono apparso
come quello con la pistola fumante in mano e tutti mi
indicano come autore del delitto. Ma quali erano le mie
ragioni per far cadere il governo? Io ero ministro della
Giustizia, ero il più leale nei confronti di Prodi. Non
avevo interessi, cosa potevo ottenere? Ho sempre rigettato
le proposte di Berlusconi. Fino a quando non si è arrivati
alla vicenda drammatica che ha segnato il mio percorso
facendomi piombare nel completo isolamento. Sono stato
messo fuori dal branco, e anche dal mio piccolo branco».
Sua moglie è più che una moglie. Ha un incarico
pubblico di grande rilevanza e la politica l'avete sempre
fatta con grande complicità. Che sintesi avete trovato in
quei momenti?
«Se non ci fosse stata Sandra e la
famiglia sarebbe stato difficile. E ciò che mi ha portato a
prendere determinate decisioni sul piano politico è stato
il tentativo di devastare la mia famiglia. Io ho lasciato a
causa dei fatti giudiziari, riportati con risvolti politici
sui giornali, che hanno tentato di mettere a soqquadro la
mia famiglia, sul piano psicologico e morale. Con Sandra ci
siamo fatti forza, ma c'è stato anche l'istinto di
ribellarsi di fronte a cose terribilmente ingiuste».
Si
è pentito di quel voto al Senato?
«Forse non rivoterei
così, ma Prodi sarebbe caduto lo stesso. Poi ho anche
creduto che Casini volesse prendere la direzione delle
larghe intese. Ma io, ripeto, non ho stretto patti con
Berlusconi. È anche capitato che mi chiamasse ma io non
parlavo al telefono. Poi correttamente chiamavo Gianni
Letta e gli dicevo: "Guarda, mi ha chiamato Silvio: non
esiste, non ci sono le condizioni". Io sono sempre stato
corretto con gli altri, mentre gli altri non hanno mai
dimostrato pubblicamente un briciolo di solidarietà nei
miei confronti».
La rivalità con Di Pietro dipendeva
dal fatto che lei era ministro della Giustizia?
«Sì, ed
è solo questo il motivo».
Cosa ha impedito, dopo la
caduta del governo, che lei potesse guidare la sua
pattuglia nel centrodestra?
«L'intesa tra Berlusconi e
Veltroni era troppo forte».
Come giudica l'ultimo
tratto di strada intrapreso da Pier Ferdinando Casini?
«Lui ha fatto una scommessa. Ha ritenuto di essere
influente e determinante, ma la frana è caduta su tutti. Si
è salvato ma ora deve ricominciare. Se ha la volontà di
costruire una condizione politica allargata potrà rientrare
negli schemi».
Il centro ha ancora ragione di esistere?
«Sì, io non do per scontato che il sistema è ormai
quello che abbiamo davanti. Fossi nel Pd aprirei al centro.
Perché il Pd ha dimostrato di inseguire quei voti, ma da
solo la partita non la gioca. Esattamente come è
impossibile conquistare il Nord quando c'è la Lega».
Si
aspettava un risultato elettorale con Bertinotti fuori dai
giochi?
«No, francamente no. Immaginavo che al Senato
fosse difficile, però sotto il 4% alla Camera non me lo
aspettavo. Ma proprio perché siamo passati per una
rivoluzione, non è immaginabile che sia questa la
situazione politica definitiva».
E Mastella è tornato
«bellicoso», pronto a rituffarsi nella mischia.
«Ci
proviamo, tanto peggio di così non poteva andare».
Obiettivo elezioni europee?
«Io il deputato europeo
l'ho fatto. Vede, la mia ormai è una condizione di spirito
come il Conte di Montecristo. Non cerco vendetta, ma strada
facendo mi rifarò su chi mi ha fatto del male».
Desidera rientrare in Parlamento?
«Sì, anche per un
giorno. Sarebbe una rivincita sul piano morale».
L'intervista è finita. Mastella si alza dalla poltrona,
continuando a tormentare i due telefonini che non hanno
smesso un attimo di vibrare.E' come sospeso in un limbo e
se ne rende perfettamente conto. Gli occhi però guizzano
come ai tempi migliori.
Ha collaborato
Fabio Perugia
Vai alla homepage
25/05/2008