• BENESSERE
  • CINEMA
  • INCONTRI
Dieta Club
Mooovie
trova l'anima gemella
Italia news
POLITICA INTERNI-ESTERI ECONOMIA SPORT SPETTACOLI PIZZI..cati channel VIAGGI HI TECH SHOPPING MULTIMEDIA SONDAGGI LAVORO
Roma Latina Frosinone Lazio Nord Abruzzo Molise ABBONAMENTI CASE FINANZA

Clemente Mastella«Quest'anno come nel 1994. Finiscono per aiutare Silvio»

Clemente Mastella«Quest'anno come nel 1994. Finiscono per aiutare Silvio» Berlusconi ha vinto Lo deve alla magistratura L'ex ministro della Giustizia ripercorre tutti i passaggi politici degli ultimi mesi ed anche le sue vicende giu

Ti aspetteresti uffici deserti e malinconici, entrando nella sede dell'Udeur all'inizio di via Arenula. Invece si apre la porta e trovi un brulicare di persone di tutte le età. Facce da antichi democristiani mescolate a giovani quasi vestiti da estate popolano i corridoi del quartiere generale romano del re di Ceppaloni.

Un re duramente colpito, forse disarcionato. Ma che sta ritrovando il gusto della battaglia politica, dopo un paio di mesi trascorsi a meditare e l'esclusione dal nuovo Parlamento. Clemente Mastella non apprezza gli equilibri che paiono vincitori in questo inizio di legislatura. E lo dice subito: «Certo era meglio trovare una soluzione alternativa e andare a palazzo Chigi con una formazione diversa».
Prego?
«Questa è un'opposizione che non sembra un'opposizione. Il Pd evita lo scontro, mi sembra un fenomeno chiaro nel nuovo schema del dialogo. L'unico che fa opposizione ormai è Antonio Di Pietro. A questo punto sarebbe stato più logico fare un esecutivo di larghe intese».
Come giudica l'esordio del governo?
«I primi passi di Berlusconi sono intelligenti, di una tonalità diversa, sobria. L'elemento di questa fase è la seduzione, tant'è vero che sta seducendo anche molti segmenti dell'opposizione».
Se chiude gli occhi, da che parte si sente di stare?
Mastella si muove sulla poltrona, quasi alla ricerca della risposta. Ne viene fuori pescando al meglio nel repertorio da democristiano di razza: «Io giudico dai fatti. Debbo dire, per esempio, che valutando quello che è stato deciso sulla vicenda napoletana c'è il rammarico per non aver deciso noi quello che si poteva fare già in passato. Sono meno d'accordo, invece, sul fatto che se una popolazione protesta può finire in galera tutta quanta: è un provvedimento da limare. Io andrei incontro alla gente dando delle risposte».
La Campania è la sua regione. Come si può dare una svolta all'attuale situazione, che è evidentemente gravissima?
«La dobbiamo dare tutti in termini di serietà e di corretta valutazione di fatti, situazioni, tempi. L'ha capito Berlusconi che a differenza di quei giapponesi che chiedono le dimissioni di Bassolino, tratta con lui in quanto capisce che senza l'apporto istituzionale locale non si può risolvere il problema. Doveva seguire la linea di Bertolaso il nostro governo, invece oggi il merito va agli altri».
Intanto il sindaco di Napoli sembra mettersi di traverso.
«Perché non sa mai che scelta fare. Questo è il peggior sindaco di Napoli, non è all'altezza del compito. E a Napoli bisogna stare attenti, perché se da sempre si dice che in questa città ci sono la camorra e lo Stato, adesso sembra esserci solo la camorra e non lo Stato. La gente, anche gli intellettuali di sinistra, non ce la fa più a tal punto che non fa distinzione tra rossi e bianchi: basta che qualcuno risolve il problema».
Che Berlusconi è questo?
«Si è dato un tono diverno. Nel 1994 e nel 2001 ha vinto il campionato, adesso vuole vincere la Coppa dei Campioni e quindi ha uno stile nuovo. È un po' come il suo Milan. Quando giochi per il campionato gli altri tifano contro. Quando invece giochi la Champions tutti tifano per te. Bisogna vedere, ora, se reggono sul piano dei fatti».
Berlusconi ha come obiettivo il Quirinale?
«Sì, ed è anche legittimo. Tutto sommato avremmo un giovane presidente, vista l'età di diversi suoi predecessori. Ma questo avverrà nella prossima legislatura. E questo elemento è assolutamente determinante».
Chi sono i ministri che faranno bene in questo governo?
«Questo è un esecutivo legato a Berlusconi. C'è un fuoriclasse che è il presidente del Consiglio. La squadra gioca per lui».
Che consigli darebbe all'on. Alfano, suo successore nella scottante posizione di ministro della Giustizia?
«Be'... sono nella condizione di non dare consigli. Se ne avessi li darei a me stesso. Però lui ha un vantaggio: ha dietro un partito e una maggioranza consistente. Quindi può agire con maggiore tranquillità».
Considera i suoi problemi della passata legislatura dipendenti dal fatto che era ministro della Giustizia?
«Sì. Io sono stato messo sotto intercettazioni quando sono diventato ministro della Giustizia. Una cosa incredibile che non si è mai verificata prima. Ancora continuo a chiedermi, sperando che si intervenga, se a Catanzaro erano giuste o meno le intercettazioni fatte nei miei riguardi, sul mio telefonino. Mi chiedo se fosse lecito che a Catanzaro mi intercettassero quando io ero nella mia funzione istituzionale».
Rifarebbe il ministro della Giustizia?
«La voglia di scommettere ci sarebbe comunque, ma fare il ministro della Giustizia non credo. Io ero "nudo" e gli altri no. Quando tu hai gli altri che possono metterti in scacco, come è capitato a me a Catanzaro, quando poi il giudice stabilisce che non andavo neppure indagato, è inutile».
Cosa?
«Parliamoci chiaro. Io non credo che metteranno mai mano alla separazione delle carriere. La mia opinione è che oggi, tutti quelli che pensavano di fregare me hanno determinato solo un risultato: hanno un Berlusconi diverso».
Cosa non va nella giustizia italiana?
«Non hai possibilità di competere. Se tu sei messo sotto inchiesta per una cosa inesistente come ti difendi? Si è stabilito con una sentenza che io a Catanzaro non andavo neppure indagato. E se un ministro della Giustizia può essere indagato quando non ci sono neppure gli elementi per farlo, come fai a competere? Non c'è partita».
Tutti i suoi predecessori hanno sofferto quel ruolo. Siamo di fronte a un punto nevralgico nei rapporti tra politica e magistratura...
«Se ci fosse la volontà si risolverebbe il problema, specialmente oggi che sussitono le condizioni politiche. Ma credo che stavolta sarà Berlusconi a non voler risolvere la questione: non farà la separazione delle carriere. Su questo la sinistra dovrebbe riflettere».
Perché?
«Ogni qualvolta in cui i magistrati sono protagonosti, chi vince è la parte avversa. È un paradosso. Berlusconi vince due volte in questo modo: nel 1994 con la fine del "regime" democristiano; oggi con la fine della mia presenza. Tutte e due le volte con l'aiuto dei magistrati. Berlusconi che ritiene la magistratura il nemico, dovrebbe fare un monumeto alla magistatura stessa. Chi dice che il Cavaliere deve essere riconoscente a Mastella per la caduta di Prodi non ha capito niente, perché deve essere riconoscente alla magistratura».
Cosa ha determinato, politicamente, la fine del governo?
«Il Partito democratico. Quando ci sono state le primarie e Veltroni è diventato leader, quella è la crisi. Il 14 ottobre, con le primarie, è morto il governo. Anzi, negli ambienti promotori del Pd si iniziava a ragionare così: "Prima va a casa Prodi meglio è". Nei salotti romani già si discuteva del Pd, pensando che potesse vincere o pareggiare col Cavaliere».
Questo le consente di dire che il destino del governo era segnato prima del passo indietro di Mastella?
«Io sono apparso come quello con la pistola fumante in mano e tutti mi indicano come autore del delitto. Ma quali erano le mie ragioni per far cadere il governo? Io ero ministro della Giustizia, ero il più leale nei confronti di Prodi. Non avevo interessi, cosa potevo ottenere? Ho sempre rigettato le proposte di Berlusconi. Fino a quando non si è arrivati alla vicenda drammatica che ha segnato il mio percorso facendomi piombare nel completo isolamento. Sono stato messo fuori dal branco, e anche dal mio piccolo branco».
Sua moglie è più che una moglie. Ha un incarico pubblico di grande rilevanza e la politica l'avete sempre fatta con grande complicità. Che sintesi avete trovato in quei momenti?
«Se non ci fosse stata Sandra e la famiglia sarebbe stato difficile. E ciò che mi ha portato a prendere determinate decisioni sul piano politico è stato il tentativo di devastare la mia famiglia. Io ho lasciato a causa dei fatti giudiziari, riportati con risvolti politici sui giornali, che hanno tentato di mettere a soqquadro la mia famiglia, sul piano psicologico e morale. Con Sandra ci siamo fatti forza, ma c'è stato anche l'istinto di ribellarsi di fronte a cose terribilmente ingiuste».
Si è pentito di quel voto al Senato?
«Forse non rivoterei così, ma Prodi sarebbe caduto lo stesso. Poi ho anche creduto che Casini volesse prendere la direzione delle larghe intese. Ma io, ripeto, non ho stretto patti con Berlusconi. È anche capitato che mi chiamasse ma io non parlavo al telefono. Poi correttamente chiamavo Gianni Letta e gli dicevo: "Guarda, mi ha chiamato Silvio: non esiste, non ci sono le condizioni". Io sono sempre stato corretto con gli altri, mentre gli altri non hanno mai dimostrato pubblicamente un briciolo di solidarietà nei miei confronti».
La rivalità con Di Pietro dipendeva dal fatto che lei era ministro della Giustizia?
«Sì, ed è solo questo il motivo».
Cosa ha impedito, dopo la caduta del governo, che lei potesse guidare la sua pattuglia nel centrodestra?
«L'intesa tra Berlusconi e Veltroni era troppo forte».
Come giudica l'ultimo tratto di strada intrapreso da Pier Ferdinando Casini?
«Lui ha fatto una scommessa. Ha ritenuto di essere influente e determinante, ma la frana è caduta su tutti. Si è salvato ma ora deve ricominciare. Se ha la volontà di costruire una condizione politica allargata potrà rientrare negli schemi».
Il centro ha ancora ragione di esistere?
«Sì, io non do per scontato che il sistema è ormai quello che abbiamo davanti. Fossi nel Pd aprirei al centro. Perché il Pd ha dimostrato di inseguire quei voti, ma da solo la partita non la gioca. Esattamente come è impossibile conquistare il Nord quando c'è la Lega».
Si aspettava un risultato elettorale con Bertinotti fuori dai giochi?
«No, francamente no. Immaginavo che al Senato fosse difficile, però sotto il 4% alla Camera non me lo aspettavo. Ma proprio perché siamo passati per una rivoluzione, non è immaginabile che sia questa la situazione politica definitiva».
E Mastella è tornato «bellicoso», pronto a rituffarsi nella mischia.
«Ci proviamo, tanto peggio di così non poteva andare».
Obiettivo elezioni europee?
«Io il deputato europeo l'ho fatto. Vede, la mia ormai è una condizione di spirito come il Conte di Montecristo. Non cerco vendetta, ma strada facendo mi rifarò su chi mi ha fatto del male».
Desidera rientrare in Parlamento?
«Sì, anche per un giorno. Sarebbe una rivincita sul piano morale».
L'intervista è finita. Mastella si alza dalla poltrona, continuando a tormentare i due telefonini che non hanno smesso un attimo di vibrare.E' come sospeso in un limbo e se ne rende perfettamente conto. Gli occhi però guizzano come ai tempi migliori.
Ha collaborato
Fabio Perugia

Vai alla homepage

25/05/2008










Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro

FOTO DEL GIORNO

Invasione di campo

Invasione di campo

Una delle due ragazze in bikini che hanno invaso il campo degli azzurri durante l'allenamento a Coverciano. Le protagoniste dell'inconsueto fuori-programma sono una italiana e l'altra venezuelana , accreditate per la trasmissione di Italia 1, Lucignolo