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Erano anni che le lamentele venivano da più parti, e che la ...

Erano anni che le lamentele venivano da più parti, e che la politica agricola comune veniva sottoposta a critiche più che fondate. Costosissima (assorbe circa il 40 per cento del bilancio europeo), essa rappresenta per molti motivi un controsenso: e a tale riguardo basti ricordare che è stata creata al fine di aiutare i piccoli agricoltori e oggi ha come due maggiori beneficiati la regina Elisabetta d'Inghilterra e il principe Alberto di Monaco.

Più di ogni altra cosa, a molti è sempre parsa inaccettabile quella logica assistenzialistica che, da un lato, offre sovvenzioni e, dall'altro, inibisce la produzione con il sistema delle quote.
Grazie all'attuale esplosione dei prezzi dei beni agricoli, però, anche quanti non volevano vedere quanto stava succedendo sono stati costretti a farlo. Una situazione in cui la domanda di prodotti della terra è alle stelle ma l'Unione Europea ostacola le proprie imprese del settore, è diventata davvero ingiustificabile. E in questo senso è da apprezzare la decisione del commissario all'agricoltura, signora Mariann Fischer Boel, la quale ha deciso di voltare pagina e di introdurre elementi di mercato nel settore.
Il documento che detta le linee guida dell'Europa agricola a venire sottolinea l'esigenza di ridurre gli aiuti e, al tempo, ridare autonomia d'azione agli agricoltori, che in futuro dovranno tornare a operare come tutti gli altri imprenditori: potendo correre rischi e sfruttare opportunità. Purtroppo, le resistenze al cambiamento restano e in questo senso il progetto ha il grave limite di fissare un tempo troppo lungo prima che il sistema attuale venga definitivamente lasciato alle spalle. Ci vorranno infatti ben 30 anni perché le quote siano accantonate e per tale motivo quest'anno i produttori europei di latte, ad esempio, avranno un aumento soltanto dell'1% dei limiti precedentemente assegnati.
Ci sarebbe voluta insomma ben altra determinazione, anche se la direzione presa è quella giusta.
Il piano non è però esente da altre critiche. In particolare, mentre si inizia a scartare l'assistenzialismo di vecchio stampo (quello voluto e difeso dalle associazioni dei coltivatori, per intenderci), già si profila uno statalismo di tipo nuovo: più à la page e, per così dire, in linea con i tempi. I soldi risparmiati verranno infatti usati - in tutto o in parte - per aiutare l'agricoltura a "reagire ai cambiamenti climatici", oltre che per "migliorare la gestione delle risorse idriche e proteggere la biodiversità". Quello che sembra profilarsi, insomma, è il trionfo del nuovo sciocchezzaio ecologista: e poco importa se a pagare un salato davvero prezzo per tutto ciò saranno gli ignari contribuenti. Come sempre.
La lezione è chiara: i progetti fallimentari di segno statalista prima o poi, ovviamente, fanno acqua. Ma se manca una cultura nuova e più attenta alle ragioni della libertà individuale, il socialismo in crisi è presto sostituito da un socialismo di tipo nuovo. Bisogna imparare la lezione.

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25/05/2008










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Invasione di campo

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