Più di ogni
altra cosa, a molti è sempre parsa inaccettabile quella
logica assistenzialistica che, da un lato, offre
sovvenzioni e, dall'altro, inibisce la produzione con il
sistema delle quote.
Grazie all'attuale esplosione dei
prezzi dei beni agricoli, però, anche quanti non volevano
vedere quanto stava succedendo sono stati costretti a
farlo. Una situazione in cui la domanda di prodotti della
terra è alle stelle ma l'Unione Europea ostacola le proprie
imprese del settore, è diventata davvero ingiustificabile.
E in questo senso è da apprezzare la decisione del
commissario all'agricoltura, signora Mariann Fischer Boel,
la quale ha deciso di voltare pagina e di introdurre
elementi di mercato nel settore.
Il documento che detta
le linee guida dell'Europa agricola a venire sottolinea
l'esigenza di ridurre gli aiuti e, al tempo, ridare
autonomia d'azione agli agricoltori, che in futuro dovranno
tornare a operare come tutti gli altri imprenditori:
potendo correre rischi e sfruttare opportunità. Purtroppo,
le resistenze al cambiamento restano e in questo senso il
progetto ha il grave limite di fissare un tempo troppo
lungo prima che il sistema attuale venga definitivamente
lasciato alle spalle. Ci vorranno infatti ben 30 anni
perché le quote siano accantonate e per tale motivo
quest'anno i produttori europei di latte, ad esempio,
avranno un aumento soltanto dell'1% dei limiti
precedentemente assegnati.
Ci sarebbe voluta insomma
ben altra determinazione, anche se la direzione presa è
quella giusta.
Il piano non è però esente da altre
critiche. In particolare, mentre si inizia a scartare
l'assistenzialismo di vecchio stampo (quello voluto e
difeso dalle associazioni dei coltivatori, per intenderci),
già si profila uno statalismo di tipo nuovo: più à la page
e, per così dire, in linea con i tempi. I soldi risparmiati
verranno infatti usati - in tutto o in parte - per aiutare
l'agricoltura a "reagire ai cambiamenti climatici", oltre
che per "migliorare la gestione delle risorse idriche e
proteggere la biodiversità". Quello che sembra profilarsi,
insomma, è il trionfo del nuovo sciocchezzaio ecologista: e
poco importa se a pagare un salato davvero prezzo per tutto
ciò saranno gli ignari contribuenti. Come sempre.
La
lezione è chiara: i progetti fallimentari di segno
statalista prima o poi, ovviamente, fanno acqua. Ma se
manca una cultura nuova e più attenta alle ragioni della
libertà individuale, il socialismo in crisi è presto
sostituito da un socialismo di tipo nuovo. Bisogna imparare
la lezione.
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25/05/2008