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il verdetto finale

Cogne, e la Franzoni
disse: "Una madre killer
prima o poi crolla"

La vita di Annamaria Franzoni, in questi anni, non si è fermata. Semplicemente, sembra essere sospesa, appesa ai sorrisi della amiche, che suonano spesso a casa sua per un caffè, dei bambini che vengono numerosi [...]

Annamaria Franzoni [...] a giocare nel suo giardino. È la sensazione del primo incontro, nell'inverno del 2005, nella sua casa di Ripoli. In quel periodo, mentre un comitato prepara un libretto istruttivo sul caso Cogne e studia la strategia mediatica e difensiva, anche Annamaria non esita a farsi avvicinare. Mi racconta subito dei giorni trascorsi in carcere, nel marzo 2003, in regime di custodia cautelare. Era certa che l'arresto fosse solo una messinscena, una trappola per incastrare il vero assassino. Non aveva capito che la sua libertà era nella mani dell'avvocato Carlo Federico Grosso, appesa alla decisione di un Tribunale del riesame, l'unico, in questi anni, ad essersi espresso a suo favore (non a caso richiamato per discutere, domani, il ricorso decisivo in Cassazione).
Mentre parliamo, in cucina, il campanello suona ripetutamente, e Annamaria ha un biscotto per ogni bimbo che arriva, un impegno per ogni ora della giornata, divisa tra fornelli, amiche, parrocchia. Don Marco, il parroco, ma anche Betta, Rita, Enrica l'hanno subito accolta tra i vicoli stretti del paese sull'appennino emiliano. Hanno studiato gli atti del processo, prima per conoscerla, poi per rivederla. Hanno ordinato i fascicoli nella canonica attrezzata di computer e video montaggi ma che sa ancora di antico, di nebbia che solo a tratti si dirada. Il silenzio di quest'ambiente ovattato è l'altra faccia, nascosta, dell'allegria che a tratti si respira in casa Lorenzi, laggiù in fondo al prato. Gioele, nato dopo la morte di Samuele, è sempre sorridente, dipende in tutto dalla mamma, le salta in braccio appena può, e la sua gioia, per qualche istante, è più forte di ogni dubbio e indizio.
«Ho vissuto un dramma, sono innocente e chiedo verità» mi dice la signora Franzoni il 21 maggio 2005, seduta sul divano, questa volta davanti a una telecamera. Non è un giorno qualunque: a Casatenovo, vicino a Lecco, è appena stata arrestata un'altra mamma, accusata di avere ucciso nella vaschetta da bagno il figlioletto Mirco. «Una madre colpevole non può non crollare», è il commento della mamma di Samuele. Mai come in questo momento si percepisce come sia difficile, per lei, parlare davanti a un obiettivo. Più volte si ferma, chiede, con un mezzo sorriso «toglila», riferendosi alla telecamera, mentre suo marito e il parroco cercano di incoraggiarla. «Non ne posso più di queste cose, lo sapete», dice.
Pochi istanti prima, a microfoni spenti, era stata chiara, spontanea a raccontare le sue convinzioni; ora invece rischia di ripetere frasi sempre uguali: l'impressione è che non abbia imparato un copione a memoria per non sbagliare, ma per arrivare presto in fondo, con il rischio di apparire studiata, troppo protagonista. «Finchè vivrò combatterò per avere giustizia», ripete. Frasi più che mai attuali, alla vigilia dell'ultimo verdetto, davanti alla Suprema Corte. Il ricorso si giocherà anche sulla parte psichiatrica, sulla perizia del processo di appello fatta in assenza dell'imputata, basata su interviste e intercettazioni.
È il 21 settembre 2005 quando Annamaria annuncia di non volersi sottoporre a una nuova analisi psichiatrica. «Volevo avvisarti», mi dice, in piedi, in cucina. Durante l'intervista in salotto, appena terminata, non le avevo chiesto nulla in merito, non mi era venuto nessun dubbio visto che era stato il suo avvocato a chiedere la perizia nel ricorso in appello. Lei stessa, negli incontri precedenti, si era detta disponibile. Ma sa di aver cambiato linea, lei che molto spesso scruta gli altri, con il suo sguardo quasi magnetico, attenta a cogliere eventuali contraddizioni. Così, ora che è lei a contraddirsi, offre una rettifica non richiesta, cercando di essere il più possibile coerente.
Non accetterà di ascoltare le sue frasi intercettate, la sua voce descrivere il delitto come se le immagina commesso dalla vicina Daniela Ferrod (frasi indicative secondo gli psichiatri); non accetterà di sentire una sua domanda («ho pianto troppo?») diventare qualcosa in più di un semplice fuori onda. «Non è nella mia mente che troverete il colpevole» è una delle frasi più forti pronunciate davanti alla corte d'Assise di appello, prima di confondersi negli sguardi attenti, nelle frasi nette del suo nuovo avvocato, Paola Savio. Il 27 aprile scorso, giorno della sentenza di secondo grado, ha lasciato l'aula in silenzio, prima di rifugiarsi in casa di amici (come probabilmente farà anche domani, in attesa dell'ultima sentenza). Nella sua momentanea uscita di scena, chiusa in una giacca bianca, silenziosa, sembrava un fantasma consumato, in cinque anni, dai dubbi, gli sguardi interrogativi di tutti.

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Ilaria Cavo

20/05/2008










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