Il mio primo viaggio da
parlamentare italiano a Gerusalemme si è diviso a metà
appena mi sono seduto sul sedile posteriore di un taxi
bianco fermo di fronte all'aeroporto Ben Gurion. Diviso tra
gli incontri ufficiali e quelli con la gente comune.
All'incontro internazionale erano presenti i
rappresentanti delle nazioni più importanti del pianeta.
Nonostante l'atmosfera solenne, George W. Bush ha trovato
il modo di scherzare con Ehud Olmert; Condoleezza Rice,
sorridendo, ha stretto decine e decine di mani; alla
chiusura dei festeggiamenti si sono mischiate figure come
quelle di Mikhail Gorbaciov e Rupert Murdoc. Nel portare a
Peres il saluto del presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, ho ricevuto dai leaders presenti numerose
attestazioni di amicizia e di riconoscenza per la ferma
posizione dell'Italia nel difendere il diritto di Israele a
vivere. Con orgoglio ho esposto il nostro tricolore e in
molti mi hanno chiesto quando torneranno in visita
Berlusconi e Fini.
«Guardando al domani» ho raccolto la
simpatia e la curiosità per l'iniziativa dell'alzabandiera
israeliana al Campidoglio, voluta dal neosindaco di Roma
Alemanno e dall'ambasciatore israeliano Meir. Ho
rassicurato il Premio Nobel Elie Wiesel sulla volontà di
realizzare il progetto del Museo della Shoà di Roma. Del
resto la cerimonia al Campidoglio ha rappresentato
l'ennesima tappa del lungo ma costante processo di
evoluzione della nuova destra italiana. Una trasformazione
che proprio in Israele ha avuto il suo significativo
riconoscimento con la visita del Presidente Fini al
mausoleo Yad Vaschem di Gerusalemme.
Durante il mio
viaggio, mentre Israele festeggiava, sono continuate le
minacce all'esistenza dello stato ebraico. Con i quotidiani
attacchi missilistici di Hamas nel sud di Sderot e di
Ashqelon. Con le dichiarazioni di guerra del presidente
Ahmadinejad. Ma il terrorismo non ha cambiato l'animo degli
israeliani né il carattere democratico di una nazione.
Tutta Israele è scesa in piazza in questi giorni per
festeggiare. E la gente che incontravo nei bar, o mangiando
una pita (pane arabo), mi rincuorava. Molti mi hanno
ringraziato dimostrando sincero affetto per l'Italia.
Sentono la vicinanza della nostra nazione come fossimo un
Paese confinante. E chiedono la pace. La chiedono mentre
cammino per le strade di Kikar Zion. Mentre sono dentro
quel taxi che corre verso Gerusalemme. Ognuno di loro cerca
una soluzione al conflitto. Sono tormentati dall'Iran,
dalla minaccia della bomba atomica. Ma guardano avanti.
Perché come recita il motto del convegno di Schimon Peres:
«Impariamo dal passato, viviamo il presente, speriamo nel
domani».
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19/05/2008