Anche se in molti locale continuano a trionfare
italianissimi aperitivi come lo «spritz», nato dalla
genialità «alcolica» veneta, capace di abbinare ai bianchi
di quelle terre l'amaro del Campari. O il più morbido gusto
dell'Aperol. Un mix che fino a pochi anni fa nessun barman
sapeva preparare a sud di Rovigo e che ultimamente è
sbarcato anche nella capitale, rivisitato come lo vuole la
moda americana: grandi bicchieri pieni di ghiaccio,
allungato con un po' di acqua tonica e il tradizionale vino
bianco e Campari. Tradizione stravolta, dunque (ma non è
detto che anche così non sia più che gradevole), in nome
del gusto dell'americanissimo Happy hour, diventato rito
globale da New York a Tokio, da Berlino a Madrid.
Un
fenomeno che Luciano Ligabue «Liga» ha fotografato nel
refrain di una sua canzone: «Sei già dentro l'happy hour/
vivere vivere costa la metà/ quanto costa fare finta/ di
essere una star?». Moda appunto, che, siamo sicuri, ha
soppiantato l'aperitivo che si beveva al bar da Mario, dove
tutti ci vediamo «prima o poi». Altra canzone, altri anni,
altri riti. Quando per prepararsi alla cena, lungo la via
Emilia come in tanti altri bar e città d'Italia, non
c'erano bicchieri dai mille colori, cannucce e ghiaccio a
volontà, ma semplicemente un bianco o al massimo qualche
rosso che si poteva bere leggermente fresco. E insieme
c'era da mangiarci magari un pezzetto di piadina con un po'
di formaggio. Oppure, spostandoci a Venezia, patria e
antesignana dell'happy hour, la gente andava «per ombre»,
accompagnando il bianco con qualche pescetto fritto pescato
in laguna. Altri nomi, altri ingredienti. Il rito è
rimasto. Solo è diventato americano e globale.
Pa. Zap.
Vai alla homepage
18/05/2008