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Privatizzare la Rai

Travaglio insulti pure, ma non a spese degli italiani

La furibonda polemica scatenata dalle dichiarazioni di Marco Travaglio sul nuovo presidente del Senato, Renato Schifani, accusato in sostanza di essere amico dei mafiosi (e Schifani ha querelato il giornalista), ripropone l'annosa questione dell'indipendenza della Rai di fronte alla politica.

Travaglio Travolto da critiche provenienti da ogni parte, Fabio Fazio (conduttore della trasmissione incriminata) ha presentato le proprie scuse e in particolare ha espresso il proprio disappunto per attacchi formulati in assenza di contraddittorio. Ma c'è da chiedersi se non sia necessario prendere atto, e una volta e per tutte, del fallimento della televisione di Stato.
Cominciamo dalla questione più evocata: l'assenza di contraddittorio. Anche se può apparire ragionevole e convincente, è che chiaro che l'argomento ha i suoi limiti. Se in un programma televisivo qualcuno accusasse un personaggio pubblico di essere un pedofilo, questi non potrebbe sentirsi veramente tutelato dalla possibilità di essere presente in studio a difendersi. Nella logica della comunicazione, dover contrastare accuse tanto dure significa già, nella quasi totalità dei casi, uscire perdenti e infangati.
Questo significa che nessuno può mai esprimere critiche? Non è così. In una società libera, l'informazione deve muoversi a proprio piacere, pur nell'ovvio rispetto delle norme di legge poste a tutela dei singoli. Ma in una società pluralista, un programma militante come è quello di Fazio (che sposa toto corde ogni tesi variamente ecologista e no-global) non dovrebbe essere finanziato dai contribuenti. Il presidente Schifani non può pretendere di essere esentato da critiche anche dure, ma ha diritto che ciò non avvenga utilizzando i suoi soldi e quelli dei suoi sostenitori.
Una società liberale è una società in cui la verità emerge da un aspro dibattito: il quale non avviene per forza di cose in ogni singolo programma (può succedere, ma non è necessario), ma invece scaturisce dal confronto di tesi, inchieste e opinioni formulate da media privati e quindi indipendenti, liberi di essere faziosi oppure no.
Dietro la "questione Travaglio", allora, c'è la necessità di sottrarre la prima impresa televisiva al controllo dei partiti (che nominano il consiglio di amministrazione) e del consiglio di vigilanza (che emerge egualmente attraverso un processo politico). Vecchia persistenza di un'informazione di regime ed espressione del peggior statalismo, la Rai andrebbe al più presto privatizzata all'interno di un più generale processo di apertura del mercato televisivo, volto anche a superare i limiti ereditati dalla legge Mammì (che fissava a 12 il numero delle televisioni nazionali) e a dare più spazio alle nuove tecnologie.
Se all'edicola possiamo acquistare due giornali privatamente controllati come "Il Manifesto" e il "Libero" (che esprimono posizioni tra loro agli antipodi), e questo non suscita problemi di alcun genere, perché non dovremmo accettare tutto ciò pure nel caso del mercato televisivo?

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Carlo Lottieri

14/05/2008










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