Ma gli si deve riconoscere una certa, sia pur sinistra coerenza.
La necessità che l'ex ministro degli Esteri sostiene di riprendere più o meno rapidamente l'alleanza con la sinistra cosiddetta radicale, interrotta invece a livello nazionale da Veltroni, ci riporta alle sue scelte di dieci anni fa. Si era appena consumata prematuramente anche allora un'avventura governativa di Prodi. A staccare la spina al professore era stata la Rifondazione comunista di Bertinotti, dalla quale si dissociarono Diliberto e Cossutta costituendo un altro partitino della falce e martello e offrendo i loro voti, pur insufficienti, per una riedizione del governo Prodi, o per uno simile.
Anziché respingere quell'offerta e andare alle elezioni anticipate per sfidare a tutto campo Bertinotti, nel tentativo di ottenere dalle urne una maggioranza svincolata dai suoi condizionamenti, D'Alema scelse di fare un governo con la partecipazione di quel che gli era rimasto della sinistra antagonista e con un partitino appena allestito dal fantasioso Francesco Cossiga con Mastella ed altri transfughi del centrodestra. Purtroppo Veltroni finì allora per assecondarlo subentrandogli alla segreteria del partito della quercia e rinunciando all'obbiettivo dello scioglimento anticipato delle Camere, che aveva indicato con Prodi in apertura della crisi.
D'Alema durò alla guida non di uno ma di due governi solo per un anno e mezzo. E lasciò ad Amato, come presidente del Consiglio, a Veltroni come segretario dei Ds e a Rutelli come candidato a Palazzo Chigi il compito ingrato di perdere alla scadenza ordinaria del 2001 le elezioni politiche. Alle quali la sinistra antagonista si presentò divisa solo formalmente, perché Bertinotti fu in qualche modo recuperato con il trucco della "desistenza". Il recupero pieno, sempre con il consenso, anzi sotto la spinta di D'Alema avvenne nelle elezioni successive con quel programma di quasi 300 pagine al quale il secondo governo Prodi era destinato a impiccarsi penosamente in meno di due anni.
La lezione evidentemente non è servita. L'ostinato D'Alema, rifiutatosi sdegnosamente di entrare nel "governo ombra" monocolore del Pd appena costituito da Veltroni, torna a tessere la sua tela. Egli spera, fra l'altro, che l'estrema sinistra dopo la batosta elettorale del 13 aprile accetti di allargare la vecchia Unione a Casini, che dovrebbe assumere il ruolo accettato dieci anni fa da Cossiga, oggi stanco, disilluso e sprovvisto di truppe. Ma Casini, già malandato dopo la rottura con Berlusconi, rischierebbe l'estinzione politica se cadesse nella rete dalemiana.
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Francesco Damato
14/05/2008