E ai lettori sta di valutare luci e ombre del tuo tentativo.
Proprio perché ami la poesia sai bene che la vita dei Beni Culturali coincide con la vita stessa dell'Italia. Senza quello che chiamiamo beni della cultura, sia materiali come le opere d'arte e i monumenti ma anche immateriali come le parole e la letteratura, l'Italia sarebbe storicamente e anche socialmente una pura finzione, una scena, a volte nemmeno bella. Insomma, senza ciò che da oggi cade sotto la tua responsabilità, la stessa parola Italia perde significato. Lo sanno gli stranieri che ci visitano, lo sanno le persone che di più amano il nostro Paese, da qualunque tradizione culturale essi provengano. Perciò mentre quasi tutti si concentrano sull'importanza politica dei vari dicasteri, io, per amicizia e anche per senso civile, ti rivolgo questa lettera aperta. Avrai un compito terribile. Fantastico, certo, ma gravissimo. Ti attende un lavoro pieno di sollecitazioni in ogni direzione eppure sarà necessario avere alcune coordinate principali. Saprai, con i tuoi collaboratori, riconoscerle. Mi permetto, dal luogo un po' laterale in cui stanno gli amanti della poesia, di suggerirtene una.
È l'urgenza di precisarsi, con progetti e iniziative, della esperienza della tradizione. Oggi è in crisi proprio questa. Ovvero è in crisi la capacità del nostro paese di alimentarsi dalla propria tradizione. Nel perpetuo e spesso fasullo dibattito tra conservatori e progressisti, finiscono per prevalere le posizioni più grette di tradizionalisti e di relativisti. Di coloro che vorrebbero difendere (e già per questo sono perdenti) il valore di una tradizione ripetendone i contenuti, e coloro che invece, non assumendo nessun punto di valore primario, fanno di tutto una marmellata indistinta. In entrambi i casi manca quel che io chiamo: avere caro qualcosa. Se si ha cara una tradizione non la si deve difendere, ma vivere e amare. E come diceva il più grande poeta del Novecento, T.S. Eliot, la tradizione deve sempre essere riconquistata.
Tale riconquista è come la conquista di un amante, si deve nutrire di desiderio non di paura o di presunzione. Nei tradizionalisti alberga spesso più paura che amore, più presunzione da paladino che umiltà di servo. D'altro canto chi, come ammoniva Pasolini ai Sessantottini in corteo, non si è commosso intellettualmente per un'ottava del 500 o per una oscura pala d'altare, finirà per affidarsi solo ai sentimentalismi e all'idolatria dell'organizzazione. Cioè alle due malattie della nostra vita civile. Buon lavoro, allora!
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Davide Rondoni
09/05/2008