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Il punto di ALDO FORBICE

Birmania, un'occasione persa per l'Europa

Una tragedia in corso che abbiamo già quasi rimosso. In Birmania non si conosce neppure il numero dei morti del ciclone Nargis.

Birmania La stima più recente, di fonte americana, parla di almeno 100 mila vittime, ma diversi operatori umanitari presenti nell'area di oltre 5000 chilometri quadrati del delta del fiume Irrawaddy parlano di oltre 150 mila morti. L'unico dato certo sembra quello dei senzatetto: più di un milione. Il nemico peggiore dei soccorritori (si sono mobilitate le ong di tutto il mondo) e dei giornalisti sembra essere rappresentato dalla dittatura militare che ha delegato a un ministro la concessione dei visti d'ingresso. La fila dei richiedenti è lunghissima e diversi giornalisti sono stati già respinti. Mancano cibo, medicinali e acqua potabile. Una situazione da incubo che i militari cercano di fronteggiare frapponendo ostacoli ai soccorsi internazionali, nel tentativo di controllare ogni movimento di persone esterne. Come si ricorderà nel 2004, di fronte alla grande tragedia dello Tsunami, la giunta militare era arrivata al punto di minimizzare i danni e le perdite umane, rifiutando gli aiuti occidentali, per evitare l'ingresso di operatori umanitari e giornalisti. Questa volta l'Onu è stato più incisivo. Il regime, alla fine, ha ceduto aprendo le frontiere ai soccorritori, ma sottoponendoli a un severissimo "filtro". Ancora più rigido il controllo sui giornalisti, al punto che le prime immagini degli effetti di Nargis le abbiamo potute vedere solo quattro giorni dopo. Nel 2004, al tempo dello tsumani, alimenti e vestiari si potevano trovare sul mercato nero a beneficio degli stessi militari e delle loro famiglie. Oggi il regime non ha ancora deciso se rinviare il referendum sulla nuova Costituzione, previsto per il 10 maggio. I militari hanno spacciato questo appuntamento elettorale per un passaggio necessario verso la democrazia. In realtà, secondo la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi (tutt'ora agli arresti domiciliari), il progetto di riforma costituzionale legalizza il potere di sorveglianza dell'esercito e quindi la democrazia che viene prospettata è molto ipotetica. Per questa ragione il suo partito, la "Lega nazionale per la democrazia", ha deciso di votare "no", convinto che il popolo birmano sia stanco della dittatura militare che dura dal 1962 ed è proseguita anche dopo le elezioni del 1990, vinte da partito di San Suu Kyi. Ora i militari, stretti dall'Onu e dalle pressioni dell'Occidente, cominciano a capire che non basta la tradizionale alleanza con la Cina per fronteggiare la forte opposizione interna, guidata dai monaci (anche di recente, hanno subito una repressione fortissima). E certo il nuovo tsunami non li ha aiutati, finendo con rafforzare la tesi dell'"ingerenza umanitaria",sostenuta dalla Francia, e perora bloccata per l'intervento di Cina e Russia. Anche per il caso Myanmar-Birmania c'è un grande assente: l'Ue.

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Aldo Forbice

09/05/2008










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