Giovani fotoreporter con il mito di Robert Capa e Cartier Bresson in testa, inseguivamo con le nostre Nikon F2 l'immagine della storia. Venticinque e ventisei anni, avevamo abbracciato la professione con l'entusiamo di quegli anni fatti di speranze e di sogni impossibili, che volevamo comunque realizzare. Alle spalle un diploma di istituto tecnico l'uno, il liceo classico e un corso di laurea in Scienze biologiche l'altro. Ma con la passione per diaframmi e obiettivi da sempre.
Le prime foto alle manifestazioni degli studenti, le cariche della polizia. L'incontro con gli «anziani» del mestiere: Osvaldo Restaldi, Elio Sorci, Mario De Renzis. Professionisti che a forza di consigli, bacchettate e qualche improperio ci insegnavano il mestiere. Così la passione diventava professione e si passava alla Cronaca nera: grande scuola di giornalismo e di fotogiornalismo. Le foto dei cadaveri rimasti sull'asfalto nella guerra tra la banda dei Testaccini e i Proietti. Gli attentati delle Brigate Rosse. Le «poste» in Questura e davanti alle caserme dei carabinieri in attesa dell'uscita degli arrestati. Inseguimenti a folle velocità sulla moto o in «500» per arrivare prima della concorrenza e scattare le immagini giuste da vendere poi ai quotidiani. La colonna sonora della nostra vita passava dalle musiche di Venditti e De Gregori ai ritmi dei Pink Floyd e dei Clash al gracchiare della radio della polizia.
Eravamo ancora agli inizi. Ma il lavoro di tutti i giorni (e di tante notti) ci arricchiva costantemente. A tal punto che i nostri «maestri» restavano a volte sorpresi da certi scatti: inquadratura, luce e, soprattuto, il soggetto. Riuscivamo con il nostro entusiasmo a mettere a segno «piccoli scoop» nella cronaca di tutti i giorni da far invidia a molti colleghi più navigati. In quel momento di crescita e di assestamento del nostro lavoro fummo travolti da quanto accadde il 16 marzo 1978. Quel giorno un commando di Brigate Rosse rapì il presidente della Dc Aldo Moro e uccise gli uomini di scorta in via Fani. Quel giorno entrambi arrivammo in quella stradina di Monte Mario e iniziammo a fotografare un episodio che entrava nella storia d'Italia.
Gianni arrivò per primo a via Fani. Ma proprio prima di tutti: intorno alla scena della strage pochi poliziotti e pochi curiosi. Scatta, scatta a più non posso. Cambia rulli e obiettivi con la rapidità di una macchina. Il cuore batte forte ma non si ferma. Qualcuno mormora che è stato rapito Moro. «Inquadro la borsa di Moro per terra e la fascetta dei giornali sul sedile di dietro - ricorda oggi - l'unico a non essere macchiato di sangue. Poi ad un tratto, vedo una donna accompagnata da un poliziotto e da un sacerdote. La fotografo vicino alla macchina della scorta. Solo dopo ho saputo che era moglie di Moro».
Maurizio arrivò poco dopo le dieci: via Fani si era riempita di forze dell'ordine: «C'era un'agitazione isterica. I corpi degli agenti di scorta coperti da un lenzuolo ma mentre punto l'obiettivo ecco che qualcuno li scopre e io lì a scattare: nel mirino mi appaiono i buchi dei proiettili, i rivoli di sangue. Il cuore batte, cresce un senso di ansia misto a pietà per quegli uomini uccisi. Salgo al primo piano di un edificio d'angolo e inquadro dall'alto la scena e così appare la geometrica potenza dei terroristi».
Ecco, da quel giorno fu tutto un correre senza mai abbandonare la borsa con le macchine fotografiche: Moro poteva essere liberato in qualsiasi momento. In ufficio o a casa la radio era sempre accesa: quella sintonizzata sulla frequenza della polizia naturalmente. Ogni indizio poteva essere quello buono. E l'argomento, anche un po' cinico, nei capannelli di colleghi era sempre lo stesso: «Riuscire a fotografare Moro libero». Purtroppo, con il passare dei giorni, si iniziò a parlare di «riuscire a fare lo scoop di Moro ucciso». Del resto le trattative non avevano sbocchi e i comunicati dei brigatisti non davano speranze. In quei giorni vivevamo tra via Forte Trionfale, abitazione della famiglia Moro, la Questura in via San Vitale, e piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana.
Dal 16 marzo a quel 9 maggio facemmo foto ai posti di blocco, anche quelli dove per la prima volta dalla guerra mondiale erano presenti i soldati. Passammo dalla gambizzazione del consigliere regionale della Dc Mechelli al freddo gelido del Lago della Duchessa. E lassù in quello scenario spettrale pensammo veramente che il rapimento Moro si stava concludendo in maniera drammatica. Ma non era ancora arrivato il momento. Trascorsero altri giorni e aprile finì. La primavera si affacciava e a Roma le giornate di sole ci confortavano nelle nostre lunghe attese.
Arrivò così quella mattina di maggio. Jeans, camicia americana acquistata nei mercatini dell'usato, scarpe da ginnastica entrambi. Sopra uno con il giubbotto di pelle marrone l'altro con uno blu di cotone. Borsa in spalla ed eccoci appostati a piazza del Gesù in attesa di qualcosa. La mattina trascorre tra una sigaretta, un sigaro (allora fumavamo tutti e due), e un caffè. Verso mezzogiorno e mezza dopo le solite foto allo stato maggiore della Democrazia cristiana, Zaccagnini, Andreotti, Fanfani, il gruppetto di fotografi si concede una pausa per il pranzo. Gianni rinuncia vuole fare qualche scatto a colori dei politici. Maurizio invece torna a casa a mangiare, all'epoca abitava in piazza Paganica, una traversa di via delle Botteghe Oscure, a cento metri da piazza del Gesù. A cinquanta da via Caetani. Gianni resta da solo in piazza del Gesù, gli altri sono a mangiare.
A un certo punto vede tre poliziotti in borghese che salgono su una Fiat 128, sgommano e si dirigono a tutta velocità verso Largo Argentina. «Salgo in moto e li seguo, Corso Vittorio, l'auto della polizia inchioda, poi fa una mezza conversione, torna in Largo Torre Argentina, quindi si infila in via Botteghe Oscure - racconta Gianni - Si ferma e gli agenti corrono a piedi in una stradina. Arrivano i celerini che bloccano via Michelangelo Caetani. Non so dove lasciare la moto e in quel momento arrivano altri celerini che bloccano tutto. Ma mi accorgo che l'altro ingresso della strada non è stato ancora sbarrato. Riprendo la moto, arrivo appena in tempo, faccio di corsa pochi metri e mi infilo nel primo portone aperto che trovo. Salgo al primo piano, entro in un appartamento e subito mi piazzo alla finestra che si affaccia su via Caetani».
In quegli stessi istanti Maurizio è appena sceso da casa per portare a spasso il suo pastore tedesco: vede le auto della polizia che arrivano e inchiodano lì a pochi passi da casa sua. Si sparge la voce di un corpo in una macchina. «Torno subito a casa, lascio il cane e prendo al volo la borsa con la macchina fotografica - racconta Maurizio - Via Caetani è sbarrata da entrambi i lati. Ma questo è il mio rione. Queste strade e questi palazzi non hanno segreti per me. Così mi tuffo nel portone di via de' Funari, ingresso secondario di Palazzo Caetani. attraverso il cortile, salgo le scale e entro anch'io nell'appartamento con le piccole finestre che danno su via Caetani». Mi piazzo alla finestra, accanto a Gianni Giansanti e a Olando Fava dell'Ansa. C'è anche un operatore della tv privata Gbr.
Stiamo lassù a pochi metri dalla Reanult rossa che è circondata dalla gente. Sembrano formiche impazzite. Un poliziotto, il funzionario di polizia Corrias, sbircia attraverso il finestrino e si mette la mano sul volto. In casa (è l'appartamento del custode del palazzo, si chiamava Pino), la televisione è accesa sull'edizione straordinaria del telegiornale. «Ci arriva in questo istante la notizia che il corpo dell'onorevole Moro è stato ritrovato in via Caetani», spiegano dal piccolo schermo. E noi siamo lì, puntiamo i nostri obiettivi verso la Renault. Arriva Cossiga, poi un sacerdote. Un poliziotto alza lo sguardo e ci punta contro la pistola, urla che dobbiamo andar via. Allora ci ritiriamo, restiamo in silenzio, aspettiamo. Se prima avevamo scambiato qualche parola («Sarà Moro o un barbone?». «Siamo solo noi questa è la posizione migliore»), adesso restiamo in silenzio. C'è un grande silenzio anche nell'appartamento. Si sente solo la televisione. Pino, il padrone di casa si spaventa e ci caccia via. Approfitto del fatto che ci conosciamo, in fondo siamo vicini di casa e così inizio a mediare. Gianni è salito fino in terrazza nella speranza di trovare un altro posto ma non è così. Da lassù non c'è visuale. Riesco nell'impresa, riusciamo a rientrare tutti nell'appartamento e ci mettiamo alle finestre. In ginocchio, con le borse con le macchine fotografiche vicino pronti a inquadrare la scena principale: quando il corpo di Moro sarà visibile. Gianni ha una sola macchina e tre obiettivi, un 35, un 50 e soprattutto un 200. L'unico ad averlo. Maurizio una macchina e un 50. Lo stesso Fava. Arrivano gli artificieri e aprono con le pinze il portellone. Gli scatti delle macchine fotografiche si susseguono.
Appare una coperta. Un medico la toglie e appare il corpo di Aldo Moro come in un dipinto del Caravaggio. La folla di poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco si accalca per vedere. Altri poliziotti li respingono. Scattiamo a raffica e ogni rullino finisce negli slip. Meglio stare sicuri ed evitare sorprese, c'è il rischio concreto che quando usciamo la polizia ci sequestri tutto. Gianni è l'unico ad avere un film a colori e con quello scatta diverse foto. Ora il cadavere del presidente della Dc ci appare in tutta la sua drammaticità. Il volto con una leggera ombra di barba viene illuminato dai flash dela polizia scientifica che sta facendo i rilievi. Intorno alla Renault rossa un cerchio di gente di guarda attonita la fine tragica del dramma messo in scena dalle Brigate Rosse. Fotografiamo ogni istante fino al momento in cui il corpo scompare nell'ambulanza dei vigili del fuoco, diretta all'obitorio. A quel punto l'uscita da quell'appartamento è una fuga. «Gianni scende a perdifiato le scale recupera la moto e vola verso l'ufficio di Restaldi. Maurizio corre verso casa ma viene intercettato da Alfredo Passarelli, cronista de Il Tempo. «Hai fatto le foto a Moro?» gli chiese agitato. Alla risposta affermativa il giovane Maurizio viene sollevato quasi di peso e portato sull'Alfetta del giornale che corre verso piazza Colonna, sede storica de Il Tempo. «Entrai in camera oscura con Mario De Renzis ero eccitatissimo.
Non credevo a quello che ero riuscito a fare. Le foto finirono in prima pagina e così la mia vita si intrecciò con quella del giornale di Gianni Letta», ricorda Maurizio. Gianni invece è andato in laboratorio a stampare: «Non persi di vista un solo attimo le pellicole. Ero all'Associated Press per il bianco e nero. Poi andai a Time con le foto a colori e così conquistai la copertina. Alla sera tardi, a casa, mi chiamò Gamma da Parigi, allora l'agenzia dei miei sogni. Mi proposero un contratto. In piena notte arrivò un aereo privato e la mattina alle sette i negativi erano a Parigi. E in quel volo inizia la mia seconda vita». E la vita cambiò per entrambi in quel drammatico giorno di maggio di trent'anni fa.
Gianni Giansanti e Maurizio Piccirilli
09/05/2008
Le partecipanti al concorso di bellezza Miss Ucraina tenutosi a Kiev il 23 aprile.