Che morì per mano delle Brigate Rosse, ma anche per responsabilità di chi non seppe prevenirne il sequestro il 16 marzo, né seppe liberarlo nei 55 giorni della prigionia. Ne fu ben consapevole, d'altronde, l'allora ministro dell'Interno Cossiga avvertendo lodevolmente l'opportunità di dimettersi quando fu ritrovato solo il cadavere del suo amico.
Ma la morte di Moro non fu l'ultimo atto di quella tragedia, cominciata con la strage della sua scorta. Alle date del 16 marzo e del 9 maggio 1978 storici e politici debbono decidersi ad aggiungerne una terza: il 15 giugno, giorno in cui l'allora presidente della Repubblica Giovanni Leone fu costretto a dimettersi, pur mancando solo sei mesi alla scadenza del suo mandato.
Le dimissioni vennero reclamate soprattutto dai comunisti, che già non avevano voluto votare Leone sei anni e mezzo prima ma erano nel frattempo entrati nella maggioranza sostenendo due governi di Andreotti. I democristiani assecondarono la richiesta condividendone la motivazione, che ufficialmente consisteva nel discredito procurato al loro esponente da una lunga campagna scandalistica che lo voleva implicato nelle tangenti Loochhed ed altro. Cavalcata purtroppo anche dai radicali, a dispetto del loro storico garantismo, essa fu poi smentita nelle aule giudiziarie.
Ad aggravare gli effetti di quella campagna fu, secondo i comunisti e l'allora segretario della Dc Zaccagnini, il margine assai ristretto con il quale subito dopo la morte di Moro era stato bocciato un primo tentativo referendario di abolire la legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Fu pertanto invocato "un segnale di svolta morale". Ma fu solo un pretesto. La vera "colpa" di Leone, agli occhi di chi ne pretese le dimissioni e lo condannò alla gogna, fu di non avere condiviso durante il sequestro di Moro la cosiddetta linea della fermezza, sino ad essersi predisposto alla grazia per Paola Besuschio. Che era nell'elenco dei 13 detenuti con i quali i terroristi avevano proposto di scambiare l'ostaggio.
Non a caso d'altronde, apertasi la successione al Quirinale, il Pci bocciò la candidatura socialista del pur prestigioso giurista Vassalli, che aveva affiancato Leone nel generoso tentativo di fermare gli assassini di Moro con quel provvedimento di clemenza. E preferirono l'elezione di Pertini, pubblicamente espressosi durante il sequestro contro qualsiasi deroga alla linea del governo.
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Francesco Damato
07/05/2008