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Il punto di CARLO STAGNARO

Visco e la sua invidia. Lezione indimenticabile

In cauda venenum. La diffusione dei dati sui redditi degli italiani voluta da Vincenzo Visco (foto) è l'ultimo e, per certi versi, più significativo esempio del tipo di mentalità che ha determinato la sconfitta elettorale del centrosinistra. Nonostante il tentativo del Partito democratico di smarcarsi da queste posizioni - anche con la mancata candidature del viceministro dell'Economia - il governo ha lasciato un segno indelebile: gli italiani lo ricorderanno come l'esecutivo che ha aumentato le tasse, le ha definite bellissime, ha maltrattato i contribuenti, li ha spiati, vessati, spremuti e infine sputtanati.


Come ha scritto Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 1° maggio, «il controllo sociale diffuso è servito quasi sempre a legittimare regimi al potere o comunque a generare società chiuse e illiberali». Non è a questo, ovviamente, che puntava Visco. Ma certi strumenti sono pericolosi di per sé. In un Paese dove la ricchezza è motivo di vergogna, mette benzina nel motore dell'invidia sociale. Cioè amplia gli spazi di conflitto, anziché condurre verso la pacificazione nazionale di cui c'è bisogno. Però, nella misura in cui dal male può nascere il bene, quest'ultimo provvedimento può assolvere a una funzione positiva: restare ben scolpito nella testa dei leader del centrodestra a monito della strada che non va percorsa. E, per converso, aiuta a interrogarsi su quale politica fiscale debba essere seguita. In primo luogo, il fisco non deve trattare il contribuente come un nemico. Già il cittadino è costretto a versare una porzione molto alta del suo reddito all'erario: che almeno sia rapinato con rispetto. Non si può pretendere di farsi beffe di chi lavora, fatica, paga le tasse e tiene in piedi la baracca. Secondariamente, la pressione fiscale è oggettivamente eccessiva ed è percepita come tale. Quindi è urgente intervenire per ridurre tutte le tasse: dirette e indirette, a partire dalle prime. Terzo, non solo il sistema fiscale è troppo pesante, è anche troppo complesso e soffre di eccessiva progressività. È vero che è la Costituzione a imporlo: ma affermare che le imposte devono essere progressive non è la stessa cosa di dire che devono esserlo in modo selvaggio. Quindi, le aliquote vanno ridotte sia di numero sia di livello; e allo stesso modo bisogna semplificare il meccanismo, riducendo la quota di ricchezza intermediata dallo Stato attraverso sussidi, esenzioni, e quant'altro.
Il cittadino deve percepire esattamente quanto paga e come i suoi soldi vengono spesi. Solo così un Paese può definirsi civile. Un osservatore neppure particolarmente attento non fatica ad accorgersi che, dalla fine della prima repubblica, ogni tornata elettorale ha sancito un cambiamento di maggioranza: solo rendendo lo Stato meno ingombrante una coalizione al governo può, a fine mandato, chiedere e ottenere la riconferma.

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03/05/2008










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