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Prefetto Morcone, iniziamo con un bilancio dei suoi giorni ...

Prefetto Morcone, iniziamo con un bilancio dei suoi giorni da commissario straordinario della città di Roma.
Devo iniziare riconoscendo di avere avuto un grande privilegio a dirigere quella che è l'amministrazione più grande d'Europa, anche più grande di altre Capitali europee che hanno governi meno centralizzati.

Tenere le redini per quarantacinque giorni di una delle città più importanti del mondo è stata un'occasione unica per chi fa un mestiere come il mio. Io non sono mai stato d'accordo con chi considera il commissario prefettizio solo come uno che aspetta le elezioni: sono invece una persona che vuole agire. Naturalmente non mi sono impegnato in progetti che attengono alle competenze del nuovo sindaco, che gode di un largo consenso acquisito attraverso le urne. Per esempio in settori come quelli dei grandi piani urbanistici (penso alla Magliana e alla Bufalotta) non ho voluto toccar nulla, sebbene qualcuno in questo senso me ne avesse prospettato la possibilità. Sono cose che spettano a chi può portare con sé un progetto ampiamente condiviso. Mi sono occupato di quelle piccole cose rimaste indietro, nel guado, allo scopo di liberare il tavolo al nuovo sindaco. In ogni caso fa parte del mio carattere essere «uno che fa». Può piacere o non piacere. Comunque mi ripeto sempre di essere una persona fortunata: nel mio lavoro di funzionario del ministero dell'Interno ho ricoperto ruoli che mi hanno dato grandi soddisfazioni. Non ho altre ambizioni che continuare a fare il mio mestiere.
Lei lascia la città a un sindaco, Gianni Alemanno, che avrà molto lavoro da fare. Ha dei consigli da dare al nuovo primo cittadino?
Ho visto Alemanno l'altra sera a Ballarò, e mi è sembrato procedere su toni morbidi. Ha naturalmente rivendicato la sua autonomia culturale e politica, ma mi sembra che abbia usato i toni giusti, anche nel rispetto delle grandi professionalità che ci sono al Comune. Bisogna ricordare che c'è stato un passaggio elettorale molto difficile, cinque schede che io stesso ho trovato complicato piegare, un ballottaggio ad alta tensione politica. I 2600 seggi di Roma, mi è balzato agli occhi nel corso della tornata elettorale, sono come quelli delle Marche e del Friuli messi insieme. E a questi bisogna aggiungere i 1.200 di Castelnuovo di Porto. Sono poi venuti meno oltre 1.200 presidenti di seggio, vuoi perché la passione politica negli ultimi anni è un po' evaporata, vuoi perché i 260 euro di rimborso non sono più una grande attrattiva per la maggior parte delle persone. Per cui ho lanciato l'idea, che spero abbia seguito, di chiamare i rettori delle università capitoline, allo scopo di coinvolgere come presidenti di seggio, in cambio di crediti formativi, gli studenti del quarto anno delle Facoltà di Giurisprudenza, di Economia e di Scienze politiche.
Lei è stato accusato nel corso della campagna elettorale di aver varato molte delibere di ispirazione rutelliana...
È vero, mi hanno chiamato persino «proconsole» di Rutelli. Semmai, a essere precisi, avrei dovuto esserlo di Veltroni, che era il sindaco uscente. Ma evidentemente faceva più gioco, ai fini della campagna, dire così. Anni fa ero un po' più morbido e me la sarei presa, ma dopo alcune esperienze come funzionario dello Stato a Rieti e ad Arezzo mi sono indurito. Sono discorsi da campagna elettorale, ecco tutto. Certo però che se si aspettavano in Campidoglio una bella statuina hanno sbagliato commissario. Io ho avviato le cose rimaste in sospeso per mettere il futuro sindaco nelle condizioni di poter lavorare. Non ho fatto scelte strategiche, è solo che in campagna elettorale si dice di tutto.
L'ex prefetto di Roma Achille Serra è stato candidato alle Politiche ed è entrato in Parlamento. È una prospettiva che la attira?
A me piace fare il mio mestiere, che è bellissimo. Sono molto soddisfatto di lavorare per il ministero dell'Interno, che a mio avviso ha il personale più qualificato dell'intera macchina amministrativa italiana. Peraltro sono presidente dell'Associazione nazionale dei commissari prefettizi, e in questi giorni stiamo organizzando un convegno con tutti i direttori generali europei dell'immigrazione che si terrà a Lampedusa alla fine di maggio. È una grande soddisfazione per me aver portato in Italia un board di questo livello.
Lei è stato al lavoro anche in scenari internazionali molto delicati e in situazioni d'emergenza come nella città di Mitrovica in Kosovo. A Roma ha avuto la mano più leggera: forse qui ha trovato meno emergenze?
Non mi si può prima accusare di essere «rutelliano» e poi di non aver impugnato la spada per mettermi in luce. Ci tengo a sottolineare comunque che nei due mesi della mia amministrazione straordinaria l'attività di bonifica di alcune aree più degradate è proceduta esattamente così come era stata prospettata dal Comune. Poi c'è certamente un problema immigrazione a Roma, ma va affrontato senza forzature.
Ecco, la sicurezza: secondo lei è un problema che a Roma esiste davvero o in campagna elettorale si è andati un po' sopra le righe?
Vorrei ricordare l'articolo del New York Times di qualche giorno fa, che descrive Roma come una città sicura, dove è piacevole vivere. Certo la città non è tutta uguale, nelle periferie c'è un problema che è stato enfatizzato dalla necessità di contrapposizione politica della campagna elettorale. Di certo è necessario a mio avviso raccordare le risorse e le competenze amministrative, e non per procedere in modo muscolare, ma con un'azione tenace e costante. Vanno di certo allontanate le persone che non hanno né titolo né diritto di stare qui, ma esiste anche anche la necessità di tutelare e proteggere chi ha bisogno di aiuto. Credo comunque che vada riorganizzata la macchina amministrativa che si occupa dell'immigrazione: ho stilato un progetto che consegnerò, se lo vorrà vedere, al nuovo sindaco, che tende a riaccorpare le competenze in una Istituzione, qualcosa di simile a una Fondazione, che può aiutare a restituire le condizioni di dignità a molti immigrati.
Parliamo di rifiuti. Nel corso della campagna è stato agitato lo spettro della Campania. Esiste davvero una miccia accesa a Roma?
Sì, esiste. Credo che ci sia bisogno di un raccordo forte tra le istituzioni e senza ulteriori mediazioni per chiudere il ciclo dei rifiuti, così come è stato previsto dal Piano regionale. Da napoletano ho sofferto e soffro ancora per quello che ho visto. Roma e la sua provincia non sono certo a questo livello, ma c'è la necessità di muoversi rapidamente, senza più mediazioni con forze politiche che finora hanno frenato. Quindi, via al quarto termovalorizzatore di Albano. Ho dato ad Ama l'ok per poter aderire - se così deciderà il nuovo consiglio comunale - a Coema Spa senza per questo compromettere in un senso o nell'altro le scelte future dell'amministrazione. Il tempo però stringe: bisogna far tutto per dicembre. Sono sicuro che il sindaco, già ministro e capo dell'opposizione in Campidoglio, ha di certo la sensibilità e la competenza di capire che non si può più accettare sterili interdizioni.
La casa è un altro tema sul quale a Roma si è discusso molto...
Per risolvere l'emergenza abitativa e per l'edilizia popolare abbiamo liberato una serie di risorse: è un tema forte e importante, comunque di respiro nazionale. Il nuovo premier ha annunciato una nuova «Era Fanfani» per l'edilizia popolare. C'è un altro tema però sul quale vorrei soffermarmi e che investe sia il campo della legalità che quello del decoro. Parlo del commercio ambulante e di quello abusivo. Vanno frenate quelle presenze lobbistiche che bloccano la città e il suo sviluppo. Il problema è che sono mondi che in qualche modo determinano consenso, e c'è bisogno dunque di molto coraggio, soprattutto politico. È una «rete» che non è certo un esempio di trasparenza.
Lei ha conosciuto molti esponenti dell'associazionismo cittadino e della società civile. Che cosa le hanno lasciato questi incontri?
Se ci si riferisce per esempio alle associazioni del centro storico, ho sentito per lo più le proteste per quelle attività serali di alcuni giovani che creano fastidio al sonno dei residenti. Quello che mi ha colpito davvero è la grande quantità di associazioni che si occupano di sociale: sono una grande risorsa che va valorizzata, nel rispetto del principio di sussidiarietà.
Crede che la sua figura di commissario «decisionista» potrà essere d'esempio per i suoi colleghi di altri Comuni?
Sì è un po' perso il senso dell'assunzione della responsabilità, tutti vogliono mediare su tutto. Ma non ci pagano per fare i mediatori. Anche tramite la mia associazione sto lavorando in questo senso: purtroppo oggi come oggi sono pochi quelli che vogliono prendere decisioni.
Qual è la sua posizione sul tema della prostituzione? Periodicamente torna al centro del dibattito l'idea di riaprire le case chiuse...
Ammetto che trovo difficile farmi un'opinione personale. In una città come Roma ci sono delle presenze che non si possono ignorare: tanto per cominciare c'è il Papa. Non lo dico per moralismo, cerco di ragionare con i piedi per terra: esiste una cultura cattolica radicata che non si può certo trascurare. Si è arrivati a pensare a una «zonizzazione» della pratica della prostituzione: però quando vediamo di notte in certe aree della città quelle situazioni felliniane con il porchettaro e le ragazze svestite, non è già una zonizzazione questa? E non mi pare che la gente sia felice di vedere simili spettacoli. Come pure ho molti dubbi sulla cosiddetta «prostituzione concordata», quella in cui la ragazza si mette d'accordo con il titolare del locale su una percentuale degli incassi. Ciò di cui sono certo è che dobbiamo essere durissimi contro il coinvolgimento di minorenni, per cui stiamo lanciando una campagna di informazione, e sul traffico di esseri umani. Su questi temi nessuna tolleranza è accettata.
Che segnali ha percepito, se lo ha fatto, della presenza di criminalità organizzata «vera» a Roma?
Devo dire di non avere approfondito in questi 45 giorni questo tema, l'ho lasciato - com'era giusto - al Prefetto, al Questore e al colonnello dei carabinieri, tutti e tre persone che stimo molto. Io, come ho detto, sono stato impegnatissimo a far funzionare la macchina amministrativa. All'inizio il ministro Amato mi chiamava tutti i giorni, era preoccupato per il corretto svolgimento delle elezioni, i seggi, gli scrutatori. In ogni caso, per rispondere alla domanda, credo che la situazione dei commercianti abusivi possa rappresentare una situazione limite.
Lei ha retto il Campidoglio, ma è anche un cittadino. Qual è il livello dei servizi della Capitale?
Ho trovato a Roma un buon livello di servizi, con qualche caduta, per esempio nel campo della manutenzione stradale. Questo è un altro di quei temi che vanno affrontati senza mediazioni ideologiche e reti di interdizione. Ho visto che si sta lavorando molto bene sia sulla Metro C che sulla Metro B. C'è sicuramente un ritardo di Roma sul trasporto sotterraneo, ma mi pare che il piano delle metropolitane abbia dato una bella accelerata al trasporto pubblico cittadino. Ho un solo rimpianto, però, e voglio davvero scusarmi con tutti i cittadini di Roma. Non siamo riusciti a far partire i lavori di via Nazionale entro la data che avevamo annunciato in una conferenza stampa. Il materiale a mia disposizione mi consentiva di poter affermare che i cantieri potevano partire entro il 26 marzo, ma non ci siamo riusciti. Me ne scuso ancora con i romani.
Perché quei cantieri non sono partiti?
Perché sono stato vittima della slealtà dell'ufficio che avrebbe dovuto portare avanti quella pratica. Se avessi avuto, credetemi, anche solo un mese in più avrei certo provveduto a una seria riorganizzazione di quella struttura. Ma non potevo certo, a dieci giorni dall'insediamento del nuovo sindaco, aprire un conflitto con un paio di funzionari sleali. Un altro settore dell'amministrazione su cui investire secondo me dovrebbe essere l'anagrafe. L'ufficio elettorale dell'Eur ha grandi potenzialità, mentre l'anagrafe è un tema che forse i sindaci sentono poco, perché si concentrano su azioni più evidenti, come le grandi opere o le infrastrutture. Ma i servizi dell'anagrafe sono i diritti del cittadino.
Cosa le mancherà di più del Campidoglio?
Intanto sentirò la mancanza della vista sui Fori dall'ufficio del sindaco, che è impareggiabile. Ma soprattutto mi mancheranno certi momenti all'ora di pranzo quando con i miei collaboratori scendevo in piazza e poi andavo alla terrazza Caffarelli a mangiare. Ogni giorno vedevo tantissimi turisti, gente allegra, bambini con il cappellino in testa sotto il sole. Ecco, per me questo rappresenta tutta la gioia di vivere di questa città. Sembrerà banale, ma sono atmosfere che ti mettono ogni giorno nelle condizioni di dare il meglio di te, e tirare fuori tutto l'entusiasmo che merita lavorare per la Capitale.

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01/05/2008










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