Che è il traguardo
mancato nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile, dopo
che il suo braccio destro Bettini lo aveva indicato, in
caso di sconfitta, come una soglia di sicurezza per il
segretario e per la stessa formazione nata dalla fusione
fra i post-comunisti della Quercia e i post-democristiani
di sinistra della Margherita.
Resta solo da vedere, a
mio avviso, se Veltroni verrà liquidato con i metodi spicci
riservati nel 1994 all'allora compagno di partito Occhetto,
subito dopo la sconfitta inferta da Berlusconi alla sua
"gioiosa macchina da guerra", o con i tempi e i metodi
della vecchia Dc. Dove tutto si cucinava a fuoco lento, tra
convegni estivi di corrente, sessioni del Consiglio
Nazionale, interviste e vertici sulfurei.
La sconfitta
capitolina del Partito Democratico non è figlia soltanto
dei risultati delle elezioni politiche, di quella che
Rutelli ha chiamato "ventata di destra" con l'aria di non
averne colpa.
La corsa del candidato del
centrosinistra al Campidoglio era stata seriamente
compromessa già prima del 13 aprile, quando Veltroni,
costretto dalla caduta del governo Prodi e dallo
scioglimento anticipato delle Camere alle dimissioni da
sindaco di Roma per poter concorrere a Palazzo Chigi,
s'inventò la staffetta con Rutelli. Che, pur avendolo
preceduto in Campidoglio dal 1993 al 2001, avrebbe dovuto
succedergli in uno scambio rocambolesco di ruoli. Fra
l'altro, i due si erano già scambiati anche i posti di vice
presidente del Consiglio e ministro dei beni culturali nei
due governi di Prodi, sentendosi un po' come Romolo e Remo.
Non si era mai assistito, francamente, ad una prova
così sfacciata di arroganza. Mai era stato dimostrato verso
l'elettorato così poco rispetto, chiamandolo a ratificare
operazioni di verticismo assoluto, ed anche di totale
incoerenza politica. Veltroni aveva infatti affidato a
Rutelli nei mesi scorsi la riedizione di una maggioranza
che aveva appena liquidato a livello nazionale perché
appesa ai ricatti dell'estrema sinistra. E Rutelli aveva
disinvoltamente accettato, pur avendo da leader della
Margherita preceduto Veltroni proponendo una "maggioranza
di nuovo conio" quando ancora Prodi si illudeva di
governare sino al 2011 con Bertinotti, Diliberto e Pecoraro
Scanio.
Tornato imprudentemente al vecchio conio,
Rutelli solo dopo la sconfitta ha scoperto e lamentato
anche l'allergia della sinistra a un tema decisivo come la
sicurezza.
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30/04/2008