Prima l'Urss era il
riferimento del dibattito politico. Ora non si registra più
quell'aria emotiva nei confronti del voto. Un bene, perché
vuol dire che un certo consolidamento nelle istituzioni
c'è. Anche nelle comunali a Roma c'è stato un clima
normale. Non era in discussione la libertà. Però la
capitale ha problemi complessi. E se ne parla poco, anche
nelle municipali.
Il traffico è la costante di tutte
le campagne elettorali, da 30 anni.
Poi ci sono altri
nodi, come la crescita della popolazione, con le
immigrazioni clandestine. Problemi che derivano anche dal
benessere. Quand'ero ragazzo, mai vista un'automobile. Uno
studente all'università aveva la bibicletta con un manubrio
di acciaio speciale. L'ho ritrovato direttore generale al
ministero dei lavori pubblici. Tutto sommato, bisogna
essere soddisfatti della crescita. E invece se le prendono
con gli immigrati. Ma quando i romani erano due soli uno ha
ammazzato l'altro».
La nuova legislatura deve occuparsi
delle riforme istituzionali?
La Costituzione va bene
com'è. Si tratta di interpretarla e di viverla in tutte le
sue parti. Per esempio, dove dice che questa è una
Repubblica fondata sul lavoro, un'indicazione non
abbastanza sviluppata.
Però abbiamo un certo
federalismo, un sistema elettorale particolare. Non bisogna
fare un po' di ordine?
Bisogna mettere mano alla
Costituzione per migliorarla, non per peggiorarla. Bossi,
quando non era nessuno, anzi era lui solo, era patetico.
Sembrava che dovesse spostare pure la capitale. Invece
bisogna lavorare per essere coerenti con le riforme
adottate. La nostra adesione all'Unione Europea, per
esempio. Una modifica notevole concettualmente, ma vissuta
poco.
Al Senato Berlusconi potrà contare su una
maggioranza solida. Però crede che lei, senatore a vita,
verrà corteggiato per appoggiare il Governo, per esempio se
la Lega dovesse mettersi di traverso?
Uso la stessa
regola di quanto appartenevo a una grandissima maggioranza.
Se sono convinto di una cosa la voto, se non ne sono
convinto, no. Devo anche dire che è molto più entusiasmante
il lavoro quando c'è una maggioranza stretta, perché la
dialettica è maggiore, come l'interesse esterno al
Parlamento.
Nel nuovo Esecutivo dovrebbero esserci
quattro «ministre». Ritiene che le donne possano dare un
valore aggiunto al governo?
Credo sia sbagliato mettere
l'accento sulle quote rosa, come le quote invalidi. Certo,
la spinta nasce da una giusta rivendicazione delle donne.
Mi ricordo la prima volta che a Montecitorio parlò una
signora, la Cingolani Guidi. Diventò un avvenimento sulla
stampa internazionale. Oggi però è abbastanza superato. Ci
sono gli uomini che assomigliano a uomini e viceversa.
Le fa effetto che nel Parlamento non ci siano più
comunisti e socialisti doc?
Fa l'impressione di un
Parlamento più calmo. Ricordo che durante la discussione
del Patto Atlantico, nel '49, avemmo due giorni e mezzo di
seduta ininterrotta, col tentativo di invasione del
Parlamento. Scelba aveva messo proprio qui, a Piazza
Colonna, il blocco. C'era il corteo che avevano fatto le
opposizioni. Ero nel Transatlantico, entrò molto arrabbiata
la deputata sorella del direttore dell'Unità. Mi prese per
il bavero e disse: "Vieni fuori, menano ai deputati".
Risposi: "Beh, una buona ragione per restare dentro".
Di fatto la politica italiana dal '94 ruota intorno
alla figura di Silvio Berlusconi. E le elezioni che si sono
succedute da allora sono stati quasi dei referendum. Lei
del Cavaliere che idea ha?
Gli è andata bene qualsiasi
cosa ha fatto nella vita. Anche ciò di cui non si era mai
occupato. L'edilizia, le televisioni. Gli raccomando però
di non dire "voi politici la pensate...". Pure lui fa
politica, non sta dall'altra parte. Se uno riesce bene in
tanti campi, può ottenere lo stesso risultato pure in
politica. Come successe a noi tantissimi anni fa col
professor Valdoni, chirurgo di grande fama. Ricordo la
campagna elettorale con lui nelle borgate. Sembrava la
Madonna Pellegrina.
Oggi si parla di un Governo più
snello. Pensa che funzioni?
Il numero dei ministeri non
è molto importante. Importante è fissarlo e lasciarlo così
com'è, perché c'è poi tutta una tradizione che si forma, ci
sono competenze miste. Piuttosto bisogna dare pubblicità
all'attività dei ministeri, per far capire ai cittadini
l'attività della pubblica amministrazione. E qui torno a
Bossi. Quello prima maniera parlava di Roma come fosse
Sodoma e Gomorra. Ora questo allarme pare rientrato. Anche
per le regioni, alle quali quando nacquero io ero
istintivamente contrario, bisogna trovare una via di mezzo.
Una parte dei problemi è nazionale, un'altra, non
indifferente, mondiale. Quindi anche l'adesione ai problemi
locali va contemperata ai temi più vasti.
L'altro astro
della politica italiana, Veltroni, ha incentrato la
campagna elettorale sullo slogan della novità rappresentata
dal Pd.
È chiaro che ognuno deve cercare di
differenziarsi, sennò tutti vendono la stessa merce e non
ci sono abbastanza clienti. Adesso l'aggettivo "moderato" è
diventato negativo. Ma la moderazione in tutti gli altri
campi è un pregio. Significa senno e prudenza. Invece viene
scambiata per mancanza di idee. Io credo che la moderazione
sia e resti una virtù. In tempi lunghi è quello che poi
serve veramente.
La sinistra del resto considerava
traditori i più moderati socialdemocratici.
Ero
presente come giornalista alla scissione dei
socialdemocratici, a Palazzo Barberini. Erano momenti di
grosso fervore. Eccessivo talvolta, come con Nenni. Non mi
piaceva il suo stile tribunizio. La politica non è solo
oratoria. Perché allora è vendere un prodotto».
Come in
televisione?
La televisione conta moltissimo, ti porta
a essere conosciuto. Se riesce a persuadere non lo so, però
i personaggi che hanno successo nel piccolo schermo hanno
qualcosa più degli altri. Se uno, come si dice a Roma, sta
antipatico, non si crea il contatto. Il che è anche
pericoloso.
Molti dicono che la classe politica di una
volta era migliore. Salvando i leader storici, come
Togliatti, Pertini, De Gasperi, lei ritiene che la media
sia scaduta rispetto al passato?
No. Certo, prima
contava molto anche il modo di esprimersi. L'oratoria era
un elemento fondamentale. Pajetta per esempio mi disse che
era andato a scuola di dizione. Fece bene.
Che ne pensa
di Ciarrapico senatore del Popolo della libertà?
È
affare suo. Non pensavo che si dedicasse alla politica in
prima persona. Però, dato che si è candidato, non sarà né
peggio né meglio di altri.
Uno dei problemi in piedi da
60 anni è quello del Medio Oriente. Lei sostiene la
necessità del dialogo sia con Israele che con i
palestinesi. Ha coniato il termine equivicinanza. Oggi
molti politici vogliono stare o con i palestinesi o con
Israele.
Uno sbaglio perché sono destinati a convivere.
Nessuno può creare di nuovo il muro. Allora non si
accentuino solo le diversità, che certo esistono. Adesso la
cosa più preoccupante è la divisione all'interno di Hamas.
Questo complicherebbe ulteriormente la questione. Perché in
quella striscia di terra nessuno può dire: annullo
l'antagonista.
Dopo l'estate gli Stati Uniti
eleggeranno il nuovo presidente. Quale pensa sarà il ruolo
del nuovo inquilino della Casa Bianca e dell'America?
L'America conta per quello che è anche dal punto di
vista economico. Per il rapporto, attivo e passivo con
l'Europa.
Qual è il presidente che ha apprezzato di
più?
Carter. Aveva spirito genuino. Con Kennedy ebbi un
colloquio illuminante all'ambasciata italiana. Gli chiesi
come mai lui, cattolico, non aveva instaurato rapporti
diplomatici con la Santa Sede. Mi rispose: "Quando sarò
rieletto lo farò"». Reagan mi fece un'impressione di
persona autorevole, ma sembrava considerare la politica
come secondaria. Leggermente berlusconiano...Però è stato
uomo di grandissime doti. L'America ha il vantaggio che non
c'è tanta separazione tra la filosofia dei democratici e
quella dei repubblicani.
Che ne pensa dei diritti umani
che la Cina calpesta in Tibet? E del boicottaggio delle
Olimpiadi? Il Dalai Lama non è stato ricevuto nel
Parlamento italiano.
Una parte di noi, me compreso, non
hanno grande entusiasmo per i Lama. Tra l'altro, quando
hanno governato il Paese, c'erano i sacrifici umani. Non ho
sentito proprio il desiderio di andare a salutarlo. Quanto
alle Olimpiadi, la politica deve restarne fuori.
Ci
parli di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II.
«Di
Ratzinger ho il ricordo di quando il presidente Pera lo
invitò al Senato. Lo aspettavamo, venne un commesso e
disse: "Fuori c'è un prete, ma non ha i documenti". La
burocrazia del Parlamento lo aveva bloccato. Fece un
discorso molto bello. Commentammo: "Oggi abbiamo sentito il
presidente Ratzinger e il cardinal Pera". Ogni Papa
corrisponde al suo tempo. Benedetto XVI fa discorsi molto
puntuali, anche gli ultimi mi hanno affascinato. Giovanni
Paolo II mi colpì quando lo incontrai a Montecassino,
ospiti alla mensa dei benedettini. Mi stupì quanto
conoscesse l'Italia. Cose specifiche, non tanto politiche,
ma culturali.
Come si sente il divo Giulio raccontato
nel film, per la regia di Sorrentino, che sta per arrivare
a Cannes?
Vedremo com'è. Può essere un soffietto, ma
anche uno sfottò. Spero di vivere ancora qualche mese per
saperlo. E poi non è che il divo Giulio fece una bella
fine. Io al cinema ci vado poco. Dal '78 ho la scorta e non
voglio obbligarla a sorbirsi i film con me. Li vedo in dvd.
Gli anni di piombo, l'uccisione di Moro. Una stagione
che ha segnato l'Italia.
L'esplosione delle Br è stata
violenta. Contro la nostra tradizione. Ma non ho mai temuto
che fosse in pericolo la Repubblica. Abbiamo una forte
garanzia perché le nostre forze armate non sono
suscettibili di politicizzazione. Non ci credo al golpe, in
Italia. Certo, la stagione delle gambizzazioni fu
angosciosa. Mi spiegarono perché prendevano di mira figure
di rilievo minore: per terrorizzare tutti.
Però di
quasi tutte le stragi italiane non c'è un colpevole. C'è
una risposta storica a questa anomalia?
Per paradosso,
noi siamo la culla del diritto ma il diritto è rimasto
nella culla. Anche le garanzie date al cittadino - tre
gradi di giudizio - rendono difficile l'accertamento della
verità. Io l'ho provato.
L'avvocato Giulia Bongiorno,
che lei conosce bene, può essere una figura importante nel
nuovo esecutivo?
È molto brava. Ha non solo una grande
conoscenza giuridica ma anche una memoria di ferro. Del mio
processo sa a memoria un milione di pagine. Ma potrebbe
restare delusa dal Parlamento, una piazza abbastanza vuota.
In Commissione no, qui ci si può far valere.
Il
riferimento alla Bongiorno ci porta agli anni in cui fu
imputato d'essere amico dei mafiosi. Perché?
Probabilmente davo fastidio. Avevo avuto un successo
rapido nella politica. Sia gli avversari che qualcuno
dentro la Dc possono aver voluto rifilarmi la polpetta
avvelenata. Sono contento di averla scansata. Nel periodo
del processo stavo male fisicamente, non mi reggevano le
gambe. Sentivo l'ingiustizia. Avvicinato alla mafia per
essere amico di Salvo Lima, uno che è stato sette anni
sindaco di Palermo e che non aveva di suo neanche un pezzo
di terra, come s'è visto dopo che l'hanno ucciso.
Il
'93 è pure l'anno in cui fu ammazzato Falcone.
Fu
proprio Salvo Lima a presentarmelo, nel mio studio. Qualche
tempo prima, ero a Cortina, Falcone mi aveva telefonato per
avvertirmi che avevano sventato una manovra contro di me.
Quali politici provenienti dalla Dc hanno un futuro da
protagonisti?
Casini. È anche in grado di occuparsi di
problemi internazionali, cosa non frequente qui. Ce ne sono
anche altri. È difficile dare pagelle.
Torniamo a Roma.
Chi ha votato come sindaco?
Rutelli. E alla provincia
Antoniozzi.
Ha perso su entrambi i fronti. Che ne dice
di Alemanno, cambierà la capitale?
Contano le persone,
non i padri e i nonni. Roma ha duemila anni, è città
difficile. Improbabile che possa cambiare molto.
Ma se
fosse diventato lei sindaco, quale sarebbe stato il suo
primo provvedimento?
Nessuno, perché mi sarei dimesso
subito.
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29/04/2008